Come rendere riconoscibile la tua azienda sui social

Spoiler: non serve gridare più forte degli altri [5’ di lettura] Essere presenti sui social non basta più. Oggi la vera sfida è farsi riconoscere. Non per la quantità di contenuti prodotti o per l’uso del trend del momento, ma per la capacità di comunicare in modo coerente, autentico, proprio. La riconoscibilità è ciò che trasforma un semplice profilo in un’identità. È quella sensazione che fa dire “ah, è un loro contenuto” anche senza leggere il nome del brand. Costruirla non è questione di estetica, ma di strategia. E come tutte le scelte strategiche, richiede tempo, visione e metodo. Perché la riconoscibilità è una leva strategica Ogni giorno scorriamo centinaia di contenuti, eppure, tra tutti, ci fermiamo solo su quelli che trasmettono personalità e coerenza. È una reazione istintiva: riconosciamo ciò che ci appare familiare, ci fidiamo di chi mantiene una propria voce, ci ricordiamo di chi ci fa sentire qualcosa. Essere riconoscibili significa creare un legame emotivo e visivo costante tra ciò che il brand dice, mostra e fa. Significa permettere alle persone di identificarti anche quando il logo non c’è, o quando il messaggio cambia formato. È una forma di continuità che, nel caos dei social, diventa un vantaggio competitivo. Come costruire riconoscibilità sui social 1. Parti dall’identità del brand, non dal feed La riconoscibilità non nasce da un template o da un effetto visivo accattivante. Nasce da una base solida: l’identità del brand. Prima di pensare a cosa pubblicare, chiediti chi sei, cosa vuoi comunicare e perché qualcuno dovrebbe seguirti. Un feed coerente non è quello che “sta bene insieme”, ma quello che riflette un modo preciso di pensare e raccontare. Quando l’identità è chiara, anche la creatività diventa più libera, perché ha una direzione in cui muoversi. 2. Costruisci un tono di voce che ti rappresenti Il tono di voce è una delle leve più sottovalutate della riconoscibilità. Molte aziende, infatti, si concentrano su “come apparire”, dimenticando “come parlare”. Ma è proprio dalle parole che nasce la percezione di autenticità. Un tono efficace non deve essere per forza ironico o formale: deve essere coerente con la personalità del brand. Può evolvere nel tempo, adattarsi ai contesti, ma non perdere mai coerenza. Le persone non ricordano ogni frase che leggono, ma ricordano il modo in cui un brand si esprime. 3. Cura il linguaggio visivo (prima ancora del singolo contenuto) L’aspetto visivo è il primo contatto tra il brand e chi lo incontra online. Ma non serve solo a “fermare lo sguardo”: serve a raccontare un’identità. Ogni scelta visiva – colori, font, luce, fotografia, proporzioni – comunica intenzioni. Non è questione di gusto, ma di riconoscibilità: un linguaggio visivo coerente trasmette cura, presenza, direzione. Non si tratta di ripetere lo stesso format all’infinito, ma di costruire una grammatica visiva: elementi che si ripresentano e si evolvono restando però riconducibili al brand. 4. Scegli la coerenza, non la viralità Nel breve periodo, la viralità può sembrare una vittoria ma, senza coerenza, ogni picco è seguito da un vuoto. Essere riconoscibili significa costruire un ritmo costante, una voce che cresce nel tempo. Ogni contenuto dovrebbe rispondere a una sola domanda: “Se togliessi il logo, le persone capirebbero che è mio?” Quando la risposta è sì, vuol dire che hai trovato la tua voce. 5. Usa la coerenza per costruire fiducia La fiducia non nasce da un contenuto virale, ma da un percorso riconoscibile nel tempo. Sui social, la fiducia si costruisce attraverso coerenza, autenticità e chiarezza: le persone si affezionano ai brand che mantengono una promessa, visiva e narrativa, in modo costante. Essere riconoscibili non significa ripetersi: significa evolversi senza perdere il proprio senso. È ciò che trasforma una semplice presenza digitale in una relazione di lungo periodo. Brand che hanno costruito riconoscibilità nel tempo Alcuni marchi hanno capito che la riconoscibilità non si compra: si costruisce. Barilla, ad esempio, non ha solo un logo o un colore distintivo: ha una voce. Ogni campagna, ogni contenuto, restituisce calore, quotidianità, famiglia. La coerenza visiva e narrativa l’ha resa familiare a più generazioni, anche sui social. IKEA, invece, ha trasformato la semplicità in linguaggio. La sua ironia visiva, unita a un tono pratico e diretto, fa sì che qualunque messaggio – da una lampada a una filosofia di vita – suoni autenticamente suo. Ceres, con un registro ironico e puntuale, ha dimostrato che la riconoscibilità non richiede grandi mezzi, ma una voce coerente e tempestiva. Non si limita a seguire l’attualità: la filtra attraverso la propria identità, e per questo resta riconoscibile anche fuori dal contesto pubblicitario. In tutti questi casi, la riconoscibilità nasce dall’allineamento tra voce, immagine e coerenza. Conclusione Rendere riconoscibile la propria azienda sui social significa costruire un linguaggio coerente, visivo e verbale, che permetta alle persone di riconoscerti anche quando non parli direttamente di te. È un processo lento, ma costante, fatto di scelte ripetute nel tempo, piccoli dettagli e una direzione chiara. In un mondo dove tutto cambia velocemente, la riconoscibilità è una forma di stabilità. E, come spesso accade nella comunicazione, non vince chi parla di più, ma chi riesce a farsi capire – sempre allo stesso modo, anche quando dice qualcosa di nuovo.
Errori, rischi e imprevisti: quando diventano opportunità di marketing

Viviamo in un’epoca in cui brand sono sempre più sotto osservazione. Ogni mossa, ogni dichiarazione, ogni post può essere esaminato e commentato in tempo reale. E se un tempo la parola d’ordine era “perfezione”, oggi è sempre più chiaro che errori, rischi e imprevisti – se gestiti con intelligenza e umanità – possono diventare degli alleati. In questo articolo esploriamo il valore strategico dell’imperfezione e vedremo come alcune aziende abbiano trasformato inciampi e sfide in campagne memorabili, con uno sguardo rivolto al marketing contemporaneo, dove la connessione emotiva spesso vale più della performance impeccabile. Il valore dell’imperfezione Nessun brand è infallibile. Eppure, per anni la narrazione aziendale ha cercato di nascondere ogni sbavatura: le crisi venivano gestite nel silenzio, le scuse erano considerate un segno di debolezza. Oggi il panorama è cambiato radicalmente. Che si tratti di un errore, di una scelta rischiosa o di un imprevisto esterno, affrontarli con intelligenza e trasparenza può trasformarli in un atto di coraggio. Questa scelta umanizza il brand, genera empatia, costruisce una narrazione più vicina alla realtà di chi ascolta. Non a caso, alcuni dei contenuti più virali sui social sono quelli in cui il brand mostra i “dietro le quinte” o commenta con ironia i propri inciampi e piccoli fails. Non è la difficoltà in sé a fare la differenza, ma il modo in cui viene gestita e comunicata. Il potere dell’autoironia In un’epoca dominata da social e meme, saper ridere di sé è una qualità apprezzata – anche per i brand perché comunica sicurezza, apertura e intelligenza emotiva. Mostrare autoironia non significa “fare bella figura”, ma conquistare simpatia e fiducia. Pensiamo ai brand che pubblicano i loro errori di stampa con una caption ironica, o a chi risponde a una recensione negativa con garbo e senso dell’umorismo. L’ironia disinnesca, alleggerisce, riporta la comunicazione a un piano più orizzontale. E spesso trasforma un potenziale inciampo in un contenuto virale. 3 brand che hanno sbagliato bene 1. KFC e il caso “FCK” Nel 2018, KFC si trovò ad affrontare una crisi imprevista: la catena aveva finito le scorte di pollo in diversi ristoranti del Regno Unito. Il paradosso fece scalpore e suscitò migliaia di reazioni (per lo più indignate). Invece di nascondere l’errore, KFC pubblicò una campagna stampa geniale: il logo venne modificato in “FCK” su una foto di un secchiello vuoto. Il messaggio era semplice: abbiamo fatto un disastro, ce ne scusiamo. Ma lo facciamo con onestà e intelligenza. La reazione del pubblico? Entusiasta. La campagna fu premiata, discussa ovunque e considerata un esempio perfetto di gestione di crisi con tono umano e quel tocco di ironia che non guasta mai. 2. Lidl & la sneaker in limited edition Il caso Lidl non è un errore in senso stretto, ma un rischio di marketing. Quando il brand ha lanciato le sue sneaker dai colori sgargianti, l’operazione è sembrata a molti un azzardo: “Un discount che prova a fare moda?” Eppure Lidl è riuscito a generare grande attenzione. Le scarpe, volutamente pop e poco “raffinate”, hanno innescato un meccanismo virale: in poche ore i prodotti sono andati sold out, le code fuori dai punti vendita hanno fatto il giro dei media e le sneaker sono state rivendute online a prezzi molto più alti. L’azienda a quel punto ha continuato a cavalcare il trend senza prendersi troppo sul serio, rilanciando con altri capi ironici e limited edition. Un oggetto potenzialmente ridicolo si è trasformato in uno statement di community. E Lidl ha dimostrato di saper stare al gioco con intelligenza e ironia. 3. Oreo e il blackout Durante il Super Bowl 2013, un blackout lasciò lo stadio senza luce per oltre trenta minuti. Per la maggior parte dei brand presenti, l’imprevisto significò milioni di dollari sprecati in spot e visibilità persa. Oreo, invece, colse l’occasione. Con un tweet semplice e immediato – “You can still dunk in the dark” – trasformò l’imprevisto tecnico in un momento di comunicazione brillante. Il post divenne virale in poche ore, guadagnandosi copertura mediatica internazionale e consolidando l’immagine del brand come creativo e reattivo. Un imprevisto esterno, apparentemente dannoso, è diventato un trampolino grazie alla rapidità di reazione. Errori, rischi o imprevisti: la logica non cambia I tre casi raccontati mostrano che non serve un “errore” in senso stretto per generare valore. KFC dimostra come un inciampo operativo possa trasformarsi in occasione di crescita e visibilità. Lidl conferma che anche una scelta di marketing ad alto rischio può rivelarsi vincente se gestita con ironia e intelligenza. Oreo racconta l’altra faccia della medaglia: anche un imprevisto esterno può trasformarsi in opportunità, se affrontato con prontezza e creatività. La lezione è chiara: non conta la natura della difficoltà (errore, rischio o imprevisto), ma il modo in cui viene gestita. I benefici di un errore gestito bene Trasformare un inciampo in opportunità non è solo questione di immagine: porta vantaggi concreti. Un brand che si espone, infatti, dimostra di sapersi assumere responsabilità e questo costruisce fiducia. Allo stesso tempo, genera empatia perché le persone si riconoscono più facilmente in chi ammette i propri limiti. La gestione intelligente di un inciampo rafforza anche la community: il pubblico partecipa, commenta, prende posizione e in questo modo alimenta l’engagement. Infine, se affrontata con consapevolezza, l’imperfezione può diventare persino cifra stilistica. Ovviamente non tutti gli errori o imprevisti fanno bene. Un passo falso gestito con superficialità o arroganza può avere l’effetto opposto. La chiave è sempre la stessa: affrontare il problema con lucidità, coerenza e rispetto del proprio pubblico. In conclusione In un mondo iper-connesso e in continua evoluzione, errori, rischi e imprevisti sono inevitabili. Un brand che sa riconoscerli, gestirli e trasformarli comunica con trasparenza, costruisce relazioni autentiche e rafforza la propria identità. Alla fine, l’errore più grande che si possa fare è credere che la perfezione sia l’unica strada.
Too long. Didn’t read.

Perché i brand devono imparare a comunicare per sintesi Introduzione Le ferie sono appena finite, la mail è traboccante di richieste e comunicazioni, la mente cerca ordine. È forse il momento migliore per riscoprire il valore della sintesi. Perché è proprio quando ripartiamo che abbiamo bisogno di chiarezza: nei messaggi, nei contenuti, nelle idee. Viviamo in un tempo in cui tutto corre veloce: contenuti, messaggi, prodotti e attenzione! Ogni giorno, infatti, vediamo centinaia di post, video, mail: pochissimi restano davvero impressi e basta un gesto con il pollice per scartare o ignorare un contenuto. Per chi comunica, questo è il dato da non sottovalutare: oggi, infatti, a “vincere” è chi sa arrivare subito al punto. Con chiarezza, empatia, capacità di sintesi. E no: sintetico non vuol dire banale. Anzi, è spesso il contrario. In questo articolo vogliamo capire perché la sintesi è così importante per i brand. E, soprattutto, come si costruisce, con qualche esempio pratico. Perché la sintesi conta davvero L’attenzione online è sempre più fragile. E no, non è solo una sensazione: i dati lo confermano. Molti studi recenti stimano che l’attenzione iniziale davanti a un contenuto sia di circa 8 secondi (meno dei famosi 9 secondi del pesce rosso). In pratica, è il tempo che le persone impiegano per decidere se restare o scrollare oltre. Questo lo vediamo anche nel nostro lavoro di tutti i giorni, ad esempio quando si tratta di gestire campagne ADV con creatività video. A questo si aggiungono i dati del 2023 della professoressa Gloria Mark (University of California): oggi una persona riesce a mantenere la concentrazione su uno schermo per circa 47 secondi, prima che qualcosa la distragga. Sono numeri che dicono una cosa semplice: non c’è tempo da perdere. Chi comunica, oggi, ha una manciata di secondi per colpire, spiegare, farsi ricordare. Ecco perché la sintesi non è un’opzione ma è una scelta necessaria. Sintetico non significa superficiale Un messaggio breve non è sinonimo di superficialità. Per condensare in poche parole o in un tempo ristretto un concetto, è necessario averlo compreso, fatto proprio e “rilavorato”. Serve esercizio per togliere il superfluo e lasciare solo l’essenziale. Uno spot efficace dura 30 secondi ma trasmette emozioni, identità e call to action. Una presentazione con slide sintetiche è più memorabile di un testo fitto e confuso. Chi comunica con sintesi mostra consapevolezza, padronanza e rispetto per il tempo altrui. La regola d’oro: una cosa alla volta Troppe informazioni tutte insieme confondono e disorientano. D’altronde lo sappiamo: quando cerchiamo di dire tutto, nulla lascia il segno. Un messaggio efficace, infatti, non ha bisogno di accumulare concetti. Ha bisogno di chiarezza: meglio un’idea per volta, chiaramente messa a fuoco, che dieci temi accennati e lasciati in sospeso. Il famoso “saltare da palo in frasca”, per intenderci… Vale per qualsiasi formato, ma sui social è ancora più evidente. Ad esempio, un post LinkedIn che cerca di parlare di valori aziendali, risultati, iniziative interne e nuovo sito, tutto nello stesso carosello… risulterebbe caotico e poco efficace. Le persone scrollano e si chiedono: “Cosa dovrei ricordare?”. Se non trovano una risposta immediata, passano oltre. Meglio, quindi, puntare su un messaggio preciso, ben espresso e facilmente memorizzabile. La sintesi è anche ordine mentale. Oltre che chiarezza espositiva e d’intenti. Video brevi: come dire tanto in poco tempo Un video breve funziona solo se conquista l’attenzione nei primissimi secondi. I primi tre, per la precisione. È in quel piccolo spazio temporale che ci si gioca tutto: o la persona resta, oppure scrolla via. Ecco perché un gancio iniziale, sottotitoli chiari, ritmo dinamico e formato verticale non sono più dettagli tecnici: sono elementi fondamentali. Pensiamo a un video da 30 secondi per spiegare un servizio. Un visual semplice e un voice-over chiaro sono più che sufficienti. Non serve dire tutto, basta puntare su un valore chiave: quello che aggancia l’interesse dell’utente. Tutto il resto può venire in un secondo momento: su una landing page, in un video di approfondimento o nel dialogo diretto. Copywriting: meno parole, più precisione Scrivere poco non è facile, ma è un esercizio attivo che si può imparare. Si parte sempre da un titolo chiaro. Meglio evitare termini vaghi o frasi generiche: chi legge deve capire subito di cosa stiamo parlando e perché dovrebbe interessargli. Anche il tono conta: meglio usare verbi attivi, costruzioni semplici e parole concrete. Più siamo diretti, più saremo efficaci. Un trucco utile? Leggere ad alta voce ciò che si è scritto. Se suona naturale, chiaro e senza inutili giri di parole, allora si è sulla buona strada. Un copy ben fatto si riconosce subito: è di immediata comprensione e rimane impresso. Visual chiari: il potere dello spazio bianco Anche la grafica parla. E lo fa anche con silenzi visivi, non solo con immagini. Lo spazio bianco, ad esempio, è uno strumento potente. Aiuta a far respirare i contenuti, mette ordine e guida lo sguardo. Così come un font leggibile e una gerarchia visiva ben pensata rendono la lettura più facile e intuitiva. Al contrario, un layout troppo affollato può diventare una trappola: distrae, appesantisce e rende tutto più difficile da comprendere. Ogni elemento visivo dovrebbe avere un senso preciso. Se non serve, meglio toglierlo. Anche la palette colori gioca il suo ruolo: meglio pochi colori, scelti con cura, e un buon equilibrio tra contrasti e stili. In fondo, anche nella grafica, saper togliere è una forma di sintesi. La sintesi: una forma di rispetto Chi comunica deve rispettare chi ascolta o legge. Il tempo è poco, l’attenzione limitata. Sintesi vuol dire non far perdere tempo e dare subito qualcosa per cui valga la pena “rimanere”. Un contenuto sintetico è un po’ come un amico che va dritto al punto, senza girarci troppo intorno. La sintesi costruisce fiducia: chi è chiaro, è più credibile. E chi è credibile, viene ascoltato davvero. Esempi reali: quando la sintesi funziona (e quando no) Prendiamo qualche caso concreto. Un video aziendale ben costruito, della durata standard di
AI in agenzia? Ecco cosa facciamo davvero (e cosa no)

Strumenti, limiti e opportunità dell’intelligenza artificiale per agenzie creative e team di comunicazione [7’ di lettura] Introduzione Sono ormai lontani i tempi in cui intelligenza artificiale era un’espressione spaventosa e che ci intimidiva. Da un paio d’anni, infatti, è diventata la nostra nuova collega, una di quelle che si integrano perfettamente nel team e che risolvono un sacco di grane. Tuttavia, c’è ancora chi la teme, chi la idealizza, chi la evita a prescindere. Ma l’AI non è né una minaccia né una soluzione miracolosa. È uno strumento. E, come ogni strumento, va compreso, contestualizzato e usato con intelligenza. Per questo abbiamo deciso di condividere con voi il modo in cui abbiamo integrato gli strumenti di AI nel lavoro quotidiano del nostro team (se avete dei feedback, sono ben accetti!). Cosa facciamo (e cosa no) in Officina38 In Officina38 utilizziamo l’intelligenza artificiale come uno strumento di supporto. Non ci affidiamo a essa per automatizzare tutto, ma la integriamo in modo ragionato nei nostri flussi. Ci aiuta, ad esempio, nelle prime fasi di ricerca, quando serve raccogliere informazioni, stimoli o punti di partenza da esplorare. La usiamo anche per velocizzare l’adattamento di testi e contenuti tra formati diversi, o per sbloccare idee visive durante la costruzione di una moodboard. Può tornarci utile, inoltre, per analizzare materiali complessi o sintetizzare informazioni articolate in modo più agile. Tutto questo ci permette di risparmiare tempo sulle attività più operative e concentrarci su ciò che conta davvero: le idee, le scelte, la direzione creativa. Quello che non facciamo — e non vogliamo fare — è delegare all’AI i compiti più delicati. Non la usiamo per generare naming o concept da zero, né per sostituire il pensiero strategico. E non produciamo visual destinati ai clienti con strumenti generativi, se non quando espressamente richiesto e condiviso nel brief. In sintesi: l’AI è una nostra utile alleata, ma il pensiero critico del nostro team resta la vera guida. Se non ora, quando? Dalla scrittura alle immagini, dai video alla musica: ogni formato creativo è oggi potenzialmente influenzato — o accelerato — da uno strumento AI. Ma più che chiedersi “cosa può fare l’AI?”, la domanda giusta è: “quando e come ha davvero senso usarla?”. Per rispondere, abbiamo riflettuto su quanto questi strumenti abbiano inciso, in alcuni casi davvero stravolto, il nostro modo di lavorare. O di pensare. O di pensare e lavorare insieme. L’intelligenza artificiale, lo sappiamo, può occuparsi di moltissimi task, da quelli ripetitivi a quelli più creativi. Ma le manca visione, non coglie le sfumature, non comprende il contesto per cui deve generare contenuti o creare soluzioni. Ed è proprio questo il punto: non sostituisce il lavoro creativo, lo affianca. Lo sostiene. In molti casi, lo rende persino più potente. In agenzia può essere utile in tante fasi operative o di supporto — a patto che ci sia sempre un occhio esperto a guidarla. Perché dove c’è bisogno di intuizione, empatia, originalità… l’AI si ferma. E tocca a noi fare la differenza. Non a caso, in Officina38 abbiamo accolto da qualche mese Luca, AI Creator che si dedica proprio a questo: esplorare i tool di intelligenza artificiale, testarli, capirne le potenzialità e aiutare tutti a usarli in modo utile e consapevole. Luca lavora al fianco dei team creativi quando serve e, nel frattempo, costruisce percorsi di educazione e integrazione quotidiana di questi strumenti. Ogni settimana, poi, ci aggiorna con la newsletter interna “AI INSIDER NEWS”: una raccolta delle novità più interessanti, tra nuove release e tool emergenti da sperimentare subito. Un piccolo rituale che ci tiene vigili e connessi all’evoluzione del settore. E ci ricorda che per innovare non serve correre: basta essere curiosi e sapere dove guardare. AI e Creatività: la nostra esperienza Chi di noi non si è ritrovato almeno una volta a vivere la sindrome del foglio bianco? Proprio in momenti di crisi come questi ci siamo scoperti grati a uno strumento che non ha pretese autoriali ma sa offrire stimoli rapidi, idee grezze, punti di partenza. Niente magia, solo un modo per rompere il ghiaccio e rimettere in moto il pensiero. Poi, come sempre, tocca a noi far suonare tutto nel modo “giusto” — anche a un orecchio creativo. Ed è per questo che anche in Officina38 ogni team integra l’intelligenza artificiale nei propri flussi in modo diverso, calibrandone l’uso in base agli obiettivi e alla natura del lavoro. Comunicazione Qui l’AI è una risorsa quotidiana. Serve per raccogliere spunti, testare alternative, elaborare insight o generare versioni preliminari di testi. Viene usata anche per esplorare trend, stimolare la scrittura o produrre prime scalette di contenuti editoriali. I tool più ricorrenti sono ChatGPT, Gemini e Notion AI, che stiamo sperimentando anche nella sua funzione scheduler per l’organizzazione dei calendari. Visual design L’AI qui è un acceleratore creativo. Viene usata per generare moodboard, esplorare palette, confrontare linguaggi visivi e sperimentare layout alternativi. Non sostituisce l’estetica, ma stimola la ricerca. Tra gli strumenti più utilizzati: Midjourney, Adobe Firefly, Runway, Gemini e il recente Google Veo 3, particolarmente utile per la prototipazione video. Produzione In fase di pre-produzione, l’AI viene testata per suggerire scenari e accompagnare la scrittura degli script. Serve anche per generare bozze narrative o supportare i pitch con immagini evocative. Anche in questo caso, Gemini e Google Veo 3 sono alcuni degli strumenti che stiamo esplorando con maggiore interesse. Post-produzione Qui l’AI è una compagna tecnica. Viene usata per sottotitolare, migliorare l’audio, snellire le fasi di montaggio. Ma ogni intervento viene sempre rifinito manualmente: perché l’obiettivo resta lo stesso, anche quando cambiano gli strumenti — dare vita a qualcosa di curato, coerente e rilevante. Diverso è il discorso per quei progetti che richiedono profondità, sfumature e coerenza strategica. In questi casi, l’uso dell’AI può risultare limitante — o addirittura controproducente. Pensiamo, per esempio, alle campagne valoriali, ai copy con una forte componente emotiva, alla definizione di un’identità visiva o alla stesura di una presentazione strategica. Quando il contenuto richiede un tono
Marketing B2B: il potere del video

Ti è mai capitato di vedere un video aziendale e pensare: “Ecco, adesso ho capito davvero cosa fanno”? È la forza del linguaggio visivo: rende tutto più chiaro, diretto e umano. Nel mondo B2B, dove le offerte sono spesso complesse, questo è un vantaggio enorme. Spiegare bene, mostrare come funziona qualcosa, raccontare chi sei: il video ti aiuta a farlo con efficacia. E per cominciare a farlo non serve essere una multinazionale o avere budget enormi. Basta scegliere i contenuti giusti e usarli nel contesto più adatto. Ecco perché in questo articolo vedremo come il video può diventare un vero e proprio alleato per chi lavora nel mercato B2B. Perché il video è fondamentale nel marketing B2B? Nel mercato B2B le decisioni sono razionali, ma anche emozionali. Le persone scelgono brand che sanno spiegarsi in modo chiaro. E i video aiutano proprio in questo: a semplificare, coinvolgere, rassicurare. Trasformano la complessità in qualcosa di accessibile e memorabile. I dati lo confermano: l’89% delle aziende utilizza il video come strumento di marketing, e il 95% dei marketer lo considera una componente fondamentale della propria strategia. E non parliamo solo di visibilità, ma di risultati concreti: lead qualificati, aumento delle conversioni, incremento del tempo sul sito. Chi guarda un video capisce meglio, ricorda di più e, tendenzialmente, si fida anche di più. Il ruolo del video nel rapporto con il cliente Quando una persona scopre un’azienda, difficilmente acquista subito. Ha bisogno di capire, fidarsi, confrontare e poi scegliere. Il video è uno strumento utile per guidarla in ogni momento di questo percorso: dall’interesse iniziale fino alla scelta finale, e anche oltre. Aumenta la visibilità Il primo passo è attirare l’attenzione delle persone giuste. I video servono a presentarsi in modo efficace e coinvolgente: mostrano il volto umano dell’azienda e ne raccontano la visione. Sono perfetti per spiegare cosa fai e perché lo fai. Video istituzionali, brevi spot emozionali o clip sui social possono fare la differenza. Rafforza la fiducia nel cliente Una volta catturata l’attenzione, bisogna offrire contenuti che aiutino a scegliere. Il video diventa uno strumento utile per spiegare, mostrare e rassicurare. Demo di prodotto, tutorial, interviste o casi reali danno concretezza alla proposta. Permettono di rispondere alle domande più frequenti in modo semplice e diretto: chi guarda un video capisce meglio e si sente più sicuro nella scelta. Convince nella fase decisionale Quando il potenziale cliente è pronto a decidere, il video può fare la differenza. Può chiarire gli ultimi dubbi o mostrare un punto di forza decisivo. Le testimonianze di altri clienti, i risultati raggiunti o i vantaggi offerti parlano chiaro. Un contenuto video ben pensato spinge all’azione con naturalezza. Mantiene la relazione con il cliente Anche dopo l’acquisto o la chiusura di un contratto, il video continua ad avere un ruolo. Ad esempio, può servire per formare, aggiornare o semplicemente restare in contatto. Una guida video, un tutorial, un messaggio personalizzato: sono tutti gesti che rafforzano la relazione. Così il cliente non si sente abbandonato, ma accompagnato nel tempo (e, quindi, più propenso a ripetere l’acquisto del tuo bene/servizio se, in futuro, si presentasse l’occasione). Quali tipi di video usare in ambito B2B? Ogni obiettivo ha il formato video più adatto, anche se non esistono formule magiche. L’importante è creare coerenza tra messaggio, canale, destinatario e momento in cui il contenuto viene proposto. In base al tipo di esigenza, esistono alcuni formati che funzionano particolarmente bene nel contesto B2B. I video istituzionali, ad esempio, sono perfetti per presentarsi e farsi conoscere. Raccontano l’identità dell’azienda, i suoi valori, la cultura interna. Aiutano a costruire un primo legame, soprattutto nella fase iniziale del rapporto. Quando si tratta di spiegare meglio cosa si fa e come, entrano in gioco demo e tutorial. Sono particolarmente utili nei settori tecnici o dove i servizi non si spiegano in due righe. Mostrare come funziona un prodotto aiuta il cliente a immaginarsi già all’opera. Se l’obiettivo è dimostrare risultati concreti, i case study video sono tra le soluzioni più efficaci. Raccontano storie vere, con numeri e testimonianze. E hanno il grande vantaggio di rassicurare chi sta ancora valutando. Un’altra leva potente è rappresentata dalle interviste. Che siano a clienti, dipendenti o stakeholder, permettono di creare un racconto autentico. Mostrano le persone dietro al brand, rafforzando la fiducia e l’empatia. I webinar registrati, invece, servono a formare e condividere competenze. Chi li guarda percepisce autorevolezza, e spesso questi contenuti possono essere riutilizzati anche altrove: per esempio, spezzettati e adattati per i social o per una newsletter. Ci sono poi le pillole verticali pensate per i social, ideali per attirare nuovi potenziali clienti. Sono contenuti brevi, spesso sottotitolati, che colpiscono subito e stimolano la curiosità. E infine, i video di prodotto, più sintetici e orientati alla vendita. Spiegano vantaggi, funzionalità e differenze rispetto alla concorrenza, in modo chiaro e diretto. Dove e come usare il video nella comunicazione aziendale Uno dei punti di forza del video è la sua versatilità. Può essere usato in tanti momenti diversi e su canali molto vari. L’importante è che ogni contenuto abbia un ruolo preciso e non sia inserito “a caso”. Sul sito web Aggiungere un video alla homepage aiuta a spiegare subito chi sei. Nelle pagine prodotto o servizio, può chiarire meglio i benefici o il funzionamento. Anche nelle pagine “Chi siamo” o “Lavora con noi” il video aggiunge valore, creando vicinanza e familiarità. Nelle newsletter Un breve video può rendere le comunicazioni più interessanti: aiuta a migliorare i clic e, soprattutto, a spiegare in modo rapido il contenuto. È perfetto anche per presentare novità, eventi o per dare comunicazioni specifiche. Sui canali social LinkedIn è il primo canale da considerare per il mondo B2B. I video brevi, sottotitolati e nativi hanno un buon impatto organico. Anche su Instagram o Facebook, se ben pensati, possono coinvolgere. Meglio evitare video lunghi o troppo promozionali: è sempre meglio puntare sull’utilità e sull’autenticità, generando empatia e immedesimazione. Durante eventi o fiere In contesti fisici, un video ben fatto aiuta a raccontare chi
Brand Identity: strategie vincenti per un’immagine coerente e riconoscibile

1. Cos’è la brand identity? Una brand identity forte e coerente è fondamentale per distinguersi nel mercato e creare un legame solido con il pubblico. Ma per comprendere che cos’è la brand identity, è importante fare innanzitutto chiarezza sulla differenza che c’è tra brand identity e brand image, due termini spesso erroneamente usati come sinonimi. La brand identity è l’insieme degli elementi che un’azienda definisce per costruire la percezione del proprio brand. Rappresenta la personalità del prodotto, del servizio o dell’azienda stessa e ne comunica valori, mission e stile. In altre parole, è la voce che l’azienda sceglie per raccontarsi al pubblico. La brand image, invece, è il modo in cui l’azienda viene effettivamente percepita dai consumatori. Riflette l’opinione e le emozioni che il pubblico associa al marchio, indipendentemente dall’intento dell’azienda. In sintesi, è ciò che i consumatori “sentono” e pensano del brand. Nello specifico, la Brand Identity non è qualcosa di statico, ma un elemento vivo che si evolve con il tempo. Rimanere fedeli ai propri valori è essenziale, ma è fondamentale anche adattarsi ai tempi che cambiano, senza perdere coerenza. Officina38 aiuta i brand a creare una propria Brand Identity o, più spesso, a fare Rebranding. Fare Rebranding significa rinnovare la propria immagine ed evolversi, senza perdere la propria essenza. Ecco, quindi, che ci capita spesso di occuparci del restyling del logo e della scelta dei colori, due aspetti chiave per mantenere riconoscibilità e rilevanza nel mercato. 2. Perché aggiornare la Brand Identity? Nel tempo, ogni brand affronta piccoli e grandi cambiamenti. L’azienda cresce, i valori evolvono e il mercato diventa più competitivo. Per questo, è fondamentale che l’identità visiva si adatti senza perdere coerenza. Se il logo e la palette colori non comunicano più in modo efficace, è il momento di un aggiornamento. Un brand con un’identità visiva datata rischia di sembrare fuori tempo massimo, risultando meno attrattivo e meno efficace. Spesso il bisogno di restyling nasce da: un’espansione aziendale o l’ingresso in nuovi mercati un cambiamento del target di riferimento una nuova strategia di comunicazione un adeguamento alle nuove esigenze digitali e ai nuovi trend un elemento distintivo rispetto alla concorrenza Un aggiornamento ben studiato non stravolge l’identità esistente, ma la valorizza, rendendola più attuale e funzionale. 3. Rebranding: come migliorare un logo senza perdere l’identità Il logo è il volto di un’azienda. Deve essere riconoscibile, versatile e rappresentare l’essenza del brand. Un restyling efficace migliora l’impatto visivo senza alterarne l’anima. Un logo ben studiato, infatti, non è solo bello esteticamente ma è anche (e soprattutto) un potente strumento di comunicazione. A volte basta una piccola modifica per fare una grande differenza. Linee più pulite, un font più leggibile o un miglior bilanciamento dei colori possono dare nuova energia all’immagine aziendale. Un logo efficace deve: essere leggibile e adattabile a ogni formato, ovviamente considerando degli aspetti chiave: scalabilità, chiarezza tipografica e bilanciamento della struttura funzionare su sfondi chiari e scuri, creando versioni alternative, utilizzando un buon contrasto e adattandolo ad una versione monocromatica avere una versione semplificata per il digitale, rendendolo minimal – ad esempio – per icone di app, profili social e altri utilizzi ridotti riflettere i valori aziendali con forme, spesso geometriche, e colori coerenti Pensiamo a brand famosi che hanno aggiornato il loro logo nel tempo: spesso il cambiamento non è drastico, ma una semplificazione o un adattamento ai nuovi formati digitali. Oggi un logo deve funzionare su diverse piattaforme, dai social media ai dispositivi mobili, garantendo sempre un’ottima leggibilità. 3.1 Il caso Burger King Burger King ha fatto un’importante operazione di rebranding a inizio 2021. Il nuovo logo, che di fatto ritorna a un vecchio logo utilizzato per la prima volta alla fine degli anni ’60, raffigura il suo marchio denominativo in un carattere frizzante tra due panini. La nuova strategia ha inoltre previsto l’introduzione di una nuova font, Flame, dai tratti arrotondati, che evoca le forme dell’hamburger e del panino. La semplicità del nuovo logo e in generale di tutto il design connesso alla strategia di rebranding sembra puntare nella direzione di un ritorno alle origini e alla bontà delle cose semplici. A conferma di questo gioco dicotomico tra nuovo e vecchio anche il tweet di presentazione del nuovo logo: «fuori il vecchio, dentro con un nuovo classico». Perché una simile scelta? Ovviamente per rimanere al passo con i tempi! In questo contesto è impossibile non menzionare il ruolo giocato dell’amatissima serie Stranger Things. Per la terza stagione (2019), ambientata nel 1985, i creatori hanno infatti scelto di collaborare con ben 75 brand diversi, quelli più in auge a metà anni ‘80, per donare un elemento di verità alla serie. Burger King appare in ben cinque degli otto episodi totali: si tratta di uno dei negozi dello Starcourt, il centro commerciale in cui i ragazzi protagonisti si recano spesso e volentieri. Inoltre, il brand è stato anche valorizzato nella sua variante “take away” all’interno del sesto episodio (vedi la foto qui sotto). Che Burger King abbia capito che il gusto delle nuove generazioni passa attraverso il vintage e la nostalgia per un passato mai vissuto (e idealizzato)? 4. L’Importanza della palette colori per un’immagine riconoscibile Anche i colori giocano un ruolo importante nella Brand Identity e, anzi, sono uno degli elementi più potenti. Trasmettono emozioni, influenzano la percezione del pubblico e rafforzano la riconoscibilità. Una palette ben studiata assicura coerenza tra tutti i materiali aziendali e aiuta il brand a distinguersi. Quando si aggiorna la palette, è importante: mantenere continuità con i colori storici (se ancora efficaci) scegliere tonalità che rafforzino il messaggio del brand testare la resa cromatica su vari supporti (stampa, digitale, merchandising) considerare la psicologia del colore per trasmettere le giuste emozioni (se ti interessa, puoi approfondire l’argomento qui) L’obiettivo è creare un equilibrio tra innovazione e familiarità, evitando cambiamenti troppo drastici che potrebbero confondere il pubblico. 5. Implementare il restyling nei materiali aziendali Com’è già chiaro, fare Rebranding non significa solo cambiare un file grafico. La nuova identità visiva deve essere applicata in modo uniforme su
Social Media 2025: tutte le novità

Il 2025 è cominciato da pochissimo ma sta già segnando un punto di svolta nel mondo dei social media (e non solo). L’intelligenza artificiale, i nuovi formati di feed e le funzioni innovative stanno ridefinendo un po’ tutte le piattaforme. Ecco perché in questo Blog esploreremo le principali novità di Instagram, Facebook e LinkedIn, con un occhio di riguardo per il ruolo dell’AI nelle strategie digitali. [5′ di lettura] Il nuovo Instagram: griglia profilo in 3:4, modulare e AI-powered La notizia è circolata ampiamente nel mese di gennaio 2025: Instagram ha detto addio alla storica griglia del profilo organizzata in anteprime 1:1, per dare il benvenuto al formato 3:4. In altri termini: aprendo un profilo Instagram, l’anteprima dei post non è più fatta di tanti quadrati, bensì di tanti rettangoli verticali. Il cambiamento riguarda la griglia del profilo ma non il modo in cui quegli stessi post vengono visualizzati scorrendo il feed. Possiamo quindi continuare a pubblicare i post nei loro consueti formati (1:1 e 4:5 quelli consigliati per le foto, 9:16 per i video). Ma dovremo fare i conti con la loro visualizzazione in 3:4 sul profilo. Ecco perché i Social Media Manager di tutto il mondo – e i loro grafici – si sono trovati a modificare in tutta fretta i loro template. L’attenzione è sulle “red zone”, le due aree ai lati dell’immagine che vengono tagliate via nella preview in 3:4. Ma non finisce qui: corre voce che Instagram stia valutando l’introduzione di un nuovo feed modulare. Gli utenti, quindi, potrebbero presto scegliere di personalizzare la loro esperienza sul social scegliendo tra diverse modalità di visualizzazione: Feed AI-Powered: personalizzazione completa basata su interessi e interazioni Feed Creators-Only: solo contenuti dai creator seguiti, con maggiore controllo Feed Friends & Family: per chi desidera un’esperienza più intima Infine, Instagram sta per lanciare nuove funzionalità AI per la creazione di contenuti (potete trovare diversi post che parlano di queste novità sul canale Instagram ufficiale di Meta). Ma quali novità verranno introdotte? Editing automatico dei Reel, suggerimenti di caption e miglioramento immagini. Il tutto nell’ottica di rendere il processo di pubblicazione più semplice e accattivante. Facebook: addio feed cronologico, benvenuti Community Notes e AI generativa Anche Facebook sta evolvendo verso una maggiore personalizzazione e un miglior coinvolgimento della community. Il feed cronologico a cui siamo stati da sempre abituati potrebbe scomparire per lasciare posto ad un sistema AI che organizza i contenuti in base alle interazioni. Già attualmente, infatti, è possibile scegliere tra un feed algoritmico e uno cronologico. In un sistema algoritmico “puro”, la visibilità dei post nel feed non dipenderebbe più dall’orario di pubblicazione ma da una valutazione qualitativa del contenuto. Ecco che, in un simile scenario, diverrebbe cruciale ottimizzare i propri post per assicurarsi un buon engagement, in primis per l’algoritmo e in secundis per il pubblico. Un’altra novità, già molto dibattuta, sono i Community Notes. Si tratta di un’innovazione pensata per migliorare la qualità delle informazioni su Facebook e Instagram. Tuttavia, la loro efficacia dipenderà da come verranno implementati e utilizzati dagli utenti. Se il sistema riuscirà a bilanciare trasparenza e accuratezza, potrebbero allora diventare uno strumento contro la disinformazione. Se, invece, venissero sfruttati superficialmente o, peggio ancora, per manipolazioni o bias, rischierebbero di trasformarsi in una vera e propria arma a doppio taglio. Non è tutto: Facebook sta sviluppando l’intelligenza artificiale generativa per ottimizzare la creazione di contenuti. Gli strumenti AI genereranno immagini, suggeriranno testi e modificheranno video automaticamente, aumentando l’engagement. Gli strumenti AI promettono quindi di semplificare la creazione di asset visivi e testuali, riducendo i tempi di produzione dei contenuti. LinkedIn: networking potenziato dall’AI e contenuti interattivi Uscendo dal mondo Meta, anche LinkedIn sta testando il modo di potenziare il networking con l’intelligenza artificiale. Tra le innovazioni principali che ci interesseranno nei prossimi mesi ed anni, troviamo: AI-powered Networking: raccomandazioni avanzate di connessioni basate su interazioni e interessi, per migliorare la qualità della propria rete. Content Assistant AI: suggerimenti automatici per migliorare la scrittura di post e articoli, mantenendo un flusso costante di post di qualità. Post Interattivi e Video AI-Generated: strumenti AI per montaggio video e generazione sottotitoli direttamente sulla piattaforma, per aumentare autorevolezza ed engagement. AI e Social Media: cosa ci riserva il futuro? L’intelligenza artificiale ha già un ruolo importante nella gestione dei social media e, presto, diverrà dominante. Oltre a quanto già visto in questo Blog post, è lecito aspettarsi ulteriori sviluppi. Ecco qualche possibile spunto per il futuro: Advertising AI-driven sempre più preciso Gli strumenti di advertising saranno in grado di ottimizzare automaticamente le campagne in base a performance in tempo reale Creazione di contenuti autonomi Gli assistenti AI miglioreranno ulteriormente, arrivando a creare contenuti su misura per ogni brand con input minimi Moderazione avanzata Grazie all’AI, le piattaforme potranno individuare e rimuovere contenuti problematici in modo più rapido ed efficace. In conclusione… Queste evoluzioni pongono nuove sfide e opportunità per le aziende e i creator: rimanere aggiornati e adattarsi rapidamente sarà la chiave per il successo nel nuovo ecosistema digitale. Il 2025, quindi, sembra portare cambiamenti su tutte le piattaforme. L’intelligenza artificiale, infatti, sta ridefinendo l’engagement, la creazione di contenuti e l’advertising. L’AI non è solo un supporto, ma la protagonista della nuova era digitale. La sfida dei professionisti del settore è (e sarà sempre più) quella di maneggiare consapevolmente questi strumenti per strategie sempre più efficaci e mirate. E voi, siete pronti a cogliere le opportunità del nuovo panorama social? Potrebbero interessarti anche questi articoli: Business Manager e Business Suite: domande e risposte Virtual set: la nuova frontiera della produzione video Metaverso: pioneri del futuro?
Business Manager e Business Suite: domande e risposte
[6’ di lettura] Presto o tardi, direttamente o indirettamente… chi vuole avere una minima visibilità sui social è destinato ad avere a che fare con Meta, l’azienda madre di Facebook e Instagram. Ecco perché, in virtù della nostra pluriennale esperienza con i (talora) contorti vicoli di Meta, abbiamo pensato di condividere una serie di domande e risposte relative a Business Manager e Business Suite, col fine di sciogliere alcuni dei dubbi che abbiamo riscontrato più di frequente, tanto da parte nostra quanto da chi ci ha chiesto una mano. 1) Cos’è Meta Business Suite? Supponendo che Meta sia una casa, possiamo immaginare Business Suite come uno spazio d’ingresso, un corridoio o un’anticamera. Meta Business Suite, infatti, è lo strumento che ci permette di programmare post e storie, collegando la pagina Facebook e l’account Instagram, monitorare gli insights e controllare le notifiche di entrambe le piattaforme. Insomma, è la risorsa che ci permette di avere sempre sotto controllo le principali attività di gestione, pubblicazione e promozione della nostra pagina, in versione semplificata. 2) Come faccio a creare Business Suite per la mia pagina? In realtà non è necessario, Business Suite si crea automaticamente per ciascuna Pagina Facebook (e non, quindi, per i profili personali!). 3) Ok. E come faccio a creare una pagina? È molto semplice: basta avere un profilo Facebook personale e, una volta fatto l’accesso, andare alla voce “Menu”, cliccare “Pagine”, poi “Crea” in alto a sinistra e seguire la procedura. 4) Quali sono le differenze tra Business Suite e Business Manager? Possiamo dire che si tratta di due facce della stessa medaglia, in cui Business Suite è lo strumento più familiare e intuitivo (potremmo dire “entry level”), mentre Business Manager è quello più tecnico e professionale (e, talvolta, ostico). 5) A cosa serve quindi Business Manager, nello specifico? Come suggerisce anche il nome, si tratta dello strumento professionale per la gestione delle Sponsorizzazioni. In italiano, “Gestione Inserzioni”. All’interno di Business Manager, infatti, si trova l’account pubblicitario: si tratta dello strumento indispensabile, collegato ad un metodo di pagamento sicuro, per procedere con attività pubblicitarie su Facebook e Instagram. 6) Posso fare sponsorizzazioni su Facebook o Instagram senza utilizzare Business Manager? Tecnicamente sì, in pratica è un’azione caldamente sconsigliata. Cliccando sul tasto “Promuovi post” (che si trova sotto quasi ogni post) è possibile procedere con la sponsorizzazione dello stesso, avendo però opzioni di scelta molto limitate. Non a caso, si tratta di un approccio amatoriale e fai-da-te che non permette di impostare e monitorare la campagna in modo completo, così come non permette di bypassare diverse impostazioni di default di Meta. Tutto ciò, senza considerare il fatto che – procedendo direttamente da Facebook o Instagram – non è possibile sponsorizzare un contenuto diverso da quelli già presenti sui nostri profili. Su Business Ads, di contro, è possibile creare contenuti ad hoc in esclusiva per la nostra sponsorizzazione. 7) Devo avere un profilo Facebook personale per usare Business Manager? Sì. Nel momento in cui si viene aggiunti all’account Business Manager, la piattaforma chiede di inserire la password con cui si accede a Facebook – quella cioè del proprio account personale. Questa procedura serve per confermare l’identità. Senza questo passaggio non è possibile utilizzare Business Ads. 8) Posso eliminare un account Business Manager? Sì, è possibile, a patto di essere amministratori dello stesso. Per farlo è necessario essere all’interno dell’account Business Manager da eliminare, cliccare su “Informazioni business” nella colonna a sinistra e poi cliccare in alto a destra sulla voce “Elimina in modo permanente l’account Business Manager”. 9) E l’account pubblicitario si può eliminare? Sì, è possibile chiuderlo. Basta andare alla voce “Account pubblicitario” nella colonna a sinistra, cliccare i tre punti in alto e destra e scegliere la voce “Chiudi account”. 10) È possibile togliere un account pubblicitario una volta aggiunto ad un Business Manager? No. Ecco quindi che questo passaggio richiede estrema attenzione. I modi per aggiungere un Account pubblicitario, infatti, sono 3: creandolo direttamente all’interno del proprio Business Manager, aggiungendolo al proprio BM oppure richiedendone l’accesso. Solo nel caso in cui si richieda l’accesso ad un account pubblicitario già esistente è poi possibile rimuoverlo dal proprio Business Manager, mentre negli altri casi non è possibile “sganciare” l’account pubblicitario dall’account BM a cui è stato associato. 11) È possibile creare un account pubblicitario indipendentemente da qualsiasi Business Manager? Ni. Quando ci si iscrive a Facebook, ci viene assegnato per impostazione predefinita un account pubblicitario, dotato di ID. Tuttavia, per fare pubblicità con Gestione inserzioni, bisogna disporre di una Pagina Facebook o avere un ruolo da amministratore, editor o inserzionista nella pagina di qualcun altro, oltre che aver configurato un metodo di pagamento valido. Se invece già si possiede un account pubblicitario, ma si vuole crearne uno nuovo, bisogna disporre di un account Business Manager (per – come già detto – creare un account pubblicitario nuovo, aggiungerlo o richiederne l’accesso). 12) Se ho aggiunto per errore una pagina Facebook nel mio Business Manager, che faccio? Puoi sempre eliminarla. A differenza degli account pubblicitari, le pagine Facebook si possono “sganciare” facilmente dal BM e associare eventualmente ad altri. 13) Posso togliermi dal ruolo di amministratore del Business Manager? Sì. Puoi rimuoverti autonomamente o chiedere ad un altro amministratore di farlo. Ovviamente tieni presente che potresti essere rimosso da qualunque amministratore in qualsiasi momento, ragione per cui gli amministratori è bene che siano sempre persone fidate e/o professionisti seri. Hai altri dubbi? Non esitare a scriverci sui social o all’indirizzo info@officina38.com per sapere di più su come possiamo aiutarti!
Il valore della comunicazione interna e B2B: non solo like e follower

Che si tratti di clienti B2B, di stakeholder istituzionali o dei dipendenti stessi di una società, ci sono tante buone ragioni per dedicare attenzione alla comunicazione interna o mirata ad un pubblico specifico, sapendo che un investimento in questa direzione porterà valore tangibile sotto diversi punti di vista. Se pensate che una casa di produzione creativa come Officina38 realizzi video, strategie e piani editoriali destinati esclusivamente alla comunicazione esterna – come spot tv, campagne social, siti web per un pubblico allargato – oggi vi riveliamo un lato diverso e altrettanto affascinante del nostro lavoro. Non è insolito, infatti, che si rivolgano a noi aziende interessate a coinvolgere in modo efficace altri tipi di target. Vediamo insieme come! Informare, fidelizzare, vendere: la comunicazione B2B Quando si parla della comunicazione di un brand, il primo pensiero va abitualmente alla sua immagine pubblica, e facilmente si “valuta” la sua notorietà a portata di click: quanto è visibile sul web? Quanti follower ha sui social? In realtà, per molte aziende Business to Business, avere una copertura mediatica allargata o una forte visibilità sui social può non essere un obiettivo prioritario. Questo non significa che la comunicazione non abbia un ruolo strategico! Se, ad esempio, la mia società produce macchine industriali, o materiali ad uso medico, potrei aver bisogno di intercettare il mio target attraverso canali specifici. Anche i contenuti saranno differenti: in molti casi, l’informazione corretta e completa – anche a livello tecnico – sulle funzionalità del mio prodotto avrà un ruolo determinante. È qui che interviene Officina38: per clienti come Zhermack, fra i maggiori produttori e distributori internazionali di materiali e soluzioni per il settore dentale, e Multitel, storico gruppo industriale che produce piattaforme aeree autocarrate e cingolate, produciamo video tutorial e presentazioni tecniche ad hoc studiate per conciliare accuratezza, chiarezza ed efficacia. Spiegare e presentare bene il proprio prodotto significa valorizzarlo, e valorizzarlo significa venderlo di più e meglio. A seconda delle esigenze, i video destinati a un target B2B possono avere un taglio più informativo/didascalico, ma anche dare spazio alla creatività, alle emozioni, allo storytelling, per raccontare i valori aziendali o per mostrare il prodotto sotto una luce nuova e accattivante. Alcuni frame tratti dai webisodes realizzati per raccontare i valori aziendali di Multitel Un altro caso tipico in cui la comunicazione B2B ricopre un ruolo fondamentale è la partecipazione alle fiere di settore. Progettare un layout attrattivo per lo stand, realizzare i giusti materiali da mostrare e distribuire, realizzare un video efficace e fruibile in quel contesto sono gli aspetti che concorrono maggiormente a intercettare il target di riferimento. Visual & graphic design, content strategy, copywriting sono le competenze che offriamo in questi casi accanto alle skill specifiche per la produzione di materiale foto e video, per fornire un servizio completo che accompagni il cliente dalla progettazione fino al giorno della fiera. Frame di un video prodotto per Zhermack in occasione della fiera mondiale IDS a Colonia Coinvolgere, formare, prevenire: la comunicazione interna Quali motivi spingono un’azienda a investire sulla comunicazione interna? Pensando alle aziende con cui lavoriamo, ne distinguiamo almeno tre: creare senso di appartenenza e coesione interna, formare in modo proficuo lo staff e sensibilizzare per promuovere attivamente la sicurezza sul lavoro e i valori aziendali. Creare senso di appartenenza Se oggi il team building è parte integrante delle politiche aziendali più diffuse, il lavoro sulla cultura interna e sulla “fidelizzazione” dei dipendenti non è forse ancora così scontato nel nostro Paese. D’altra parte, recenti fenomeni come la Great resignation o il Silent quitting potrebbero far riflettere in questa direzione. Un’anticipazione ci arriva dai nostri clienti internazionali: in UK, dove da tempo il mercato del lavoro è più fluido di quello italiano, un’azienda sa che le sole leve economiche e contrattuali non sono sufficienti a “trattenere” nel tempo un dipendente. Investire sul senso di appartenenza non è quindi un plus riservato agli imprenditori illuminati, bensì una necessità strategica per gran parte delle aziende. Come? Il primo passo è la condivisione interna intesa come coinvolgimento e non solo come passaggio di informazioni. Un esempio: la newsletter aziendale. Quanti la leggono davvero? Affidarsi a professionisti può aiutare non solo a renderla più gradevole e attrattiva, ma anche a trasformarla in uno strumento di reale scambio interno, ripensandola a partire dall’esperienza utente. Sappiamo che gli operatori degli impianti industriali in molti casi non hanno (o non usano abitualmente) l’email aziendale. Per questo, nel caso di Sedamyl, azienda leader nella produzione di ingredienti per tutte le principali applicazioni alimentari e industriali, abbiamo studiato sistemi di diffusione ad hoc per ogni contesto, come i QRcode esposti negli stabilimenti produttivi o l’invio tramite whatsapp. Anche i contenuti sono stati rivisti per creare concretamente engagement: pubblicare su uno schermo accanto alla macchina del caffè la foto e il nome dei nuovi arrivati – o di chi ha fatto un salto di carriera o ricevuto un premio – genera interesse, alimenta conversazioni, crea coesione. Ci sono poi le iniziative che “superano” i confini aziendali per includere le famiglie dei dipendenti: le feste di Natale, i contest per i bambini, gli Open Day in cui i figli visitano il luogo di lavoro dei genitori. In questo frangente le aziende italiane hanno terreno fertile, perché la cultura della coesione informale tra colleghi e del coinvolgimento familiare sono diffuse e costituiscono un ottimo punto di partenza per generare valore tangibile e quindi un positivo “attaccamento” al posto di lavoro. Formare per generare valore Quanto conta per un’azienda avere uno staff preparato, formato, aggiornato? Se la risposta può sembrare ovvia, non è detto che le prassi consolidate, a volte secondo logica del “si è sempre fatto così”, rispecchino sempre l’importanza strategica di una formazione di alta qualità. Pensiamo, ad esempio, alle modalità di trasmissione interna delle istruzioni sull’uso di un nuovo macchinario. Per accertarsi che ogni dipendente sia attivamente coinvolto nella formazione tecnica, che riceva input chiari e che li recepisca in modo efficace, alcune aziende si rivolgono a noi. Una soluzione è offerta dalla