La Grande Migrazione: perché stiamo abbandonando i feed per i Forum

Spoiler: e se il destino del 2026 fosse un ritorno a “MySpace”? [5’ di lettura] C’è una sensazione strana che accompagna lo scrolling social nel 2026.Apriamo le app per abitudine, ma ne usciamo con un senso di insoddisfazione. La chiamano Social Media Fatigue, ma i dati ci dicono che è qualcosa di più profondo: è un vero e proprio esodo digitale.Stiamo assistendo a un “ritorno alle origini” che ricorda l’era d’oro di MySpace, dove lo spazio digitale era davvero personale e basato sulle passioni, non sugli algoritmi. I numeri del cambiamento Non è solo una questione di percezione o nostalgia.Le piattaforme storiche stanno mostrando i primi segni di affaticamento. Per la prima volta, i giganti barcollano sotto il peso della loro stessa complessità: – Facebook ha perso oltre 1 milione di utenti solo nei primi 9 mesi del 2025. (ANSA, 2025) – Instagram registra un calo dell’1,9% nel 2025 rispetto ai dati del 2024 . (ANSA, 2025) Dall’altra parte della barricata, c’è chi sta vivendo un’età dell’oro puntando sulla verticalità. Reddit, l’aggregatore di forum per eccellenza, è diventato ufficialmente “la piattaforma che cresce di più”.I numeri sono impressionanti: dopo un +46% nel 2024, ha segnato un incredibile +81% nel 2025. Ritorno al futuro: dai Feed alle Community Perché questo ritorno ai forum? La risposta sta nella saturazione, ma anche in un bisogno umano ancestrale: sentirsi parte di qualcosa. Abbiamo passato anni in feed “chiusi” dove un algoritmo decideva cosa mostrarci, trasformandoci in spettatori passivi. Oggi quel patto si è rotto. L’utente del 2026 cerca pertinenza, controllo e appartenenza, proprio come accadeva nei primi anni 2000. Non si cercano più i “grandi numeri”, ma la propria “tribù digitale”. Le persone vogliono condividere idee, opinioni e meme con chi la pensa come loro, colmando quel senso di solitudine che i feed generalisti hanno paradossalmente alimentato. – Su Reddit, la forza risiede nei subreddit: micro-mondi dove l’interesse comune batte la popolarità del singolo. – Su Substack, è tornata centrale la scrittura: un rapporto diretto, quasi intimo, tra autore e lettore. È una migrazione che sa di “ritorno a casa”. Le persone non vogliono più consumare passivamente contenuti suggeriti da un’intelligenza artificiale che non ne coglie le sfumature; vogliono partecipare a discussioni reali, esattamente come facevamo personalizzando il nostro profilo MySpace o animando i vecchi forum di nicchia. Cosa cambia per noi marketers? Questa frammentazione ci pone davanti a una sfida enorme. Infatti, dobbiamo imparare a stare in questi nuovi (vecchi) spazi con un approccio diverso: Rispetto per la Community: su Reddit, un brand che si comporta da intruso commerciale viene espulso in pochi minuti. Valore Reale: su Substack, se non offri un punto di vista unico e utile, finisci dritto nello spam. La pubblicità sta diventando relazione. E la relazione richiede tempo, studio e, soprattutto, un tono di voce umano, trasparente e meno “istituzionale”. Conclusione: Prepararsi allo switch Come agenzia di comunicazione e produzione, il nostro compito non è più solo creare contenuti che “fermino il pollice”, ma progettare spazi che invitino alla sosta, al confronto e al senso di appartenenza. Il sipario sui vecchi social sta calando? Forse no, ma il palcoscenico principale si è spostato. E noi marketers dobbiamo essere pronti a cambiare copione, piattaforme e, soprattutto, mentalità.
St. Patrick’s Day 2026: dove sono finite le grandi campagne?

Spoiler: Quando il boccale è mezzo vuoto (di alcol e di campagne). [6’ di lettura] In Officina38 eravamo pronti: popcorn in mano, monitor accesi e quella curiosità tipica di chi aspetta di vedere come i giganti del beverage avrebbero interpretato, anche quest’anno, l’iconico St. Patrick’s Day. Nonostante in Italia questa festività sia vissuta in modo più filtrato, il “big fuzz” creativo che ruota attorno al 17 marzo è sempre stato un punto di riferimento per chi si occupa di comunicazione. Ci aspettavamo una pioggia di campagne spettacolari, attivazioni audaci e quel pizzico di follia “green”. E invece? Quest’anno San Patrizio è passato quasi inosservato, lasciandoci con un interrogativo: perché i brand hanno deciso di non “brindare” come al solito? La crisi del boccale: perché questo silenzio? La risposta non è univoca, ma risiede in un mix di tempismo e nuovi trend di consumo. Da un lato, il fatto che la festività sia caduta a metà settimana ha sicuramente frenato l’entusiasmo per gli eventi fisici. Dall’altro, stiamo assistendo a un cambiamento strutturale nel mercato del beverage. I dati parlano chiaro: il trend “No and Low alcohol” non è più una parentesi legata al Dry January, ma una scelta permanente. Tra il 2013 e il 2023, il consumo di alcol ha registrato cali significativi in tutta Europa (Health at a Glance, OECD, 2025). I consumatori oggi cercano complessità, gusto e “esperienze premium”, ma senza necessariamente gli effetti dell’alcol. La Gen Z, ad esempio, è un pubblico più consapevole e salutista. In questo scenario, le strategie basate esclusivamente sulla “festa ad ogni costo” iniziano a mostrare il fianco. Tuttavia, in questo panorama sottotono, qualcuno ha saputo muoversi con intelligenza. I casi che ci sono piaciuti (e perché hanno funzionato) 1. Gamification e “No-Lo”: Il caso 7UP Zero Sugar Proprio in linea con il trend analcolico, 7UP Zero Sugar è tornata con una campagna che aveva già vinto un IMPACT Award nel 2025. Il brand ha inserito un numero limitato di “Golden Cans” (lattine dorate) all’interno delle confezioni standard. Chi le trova vince 700€: un richiamo diretto e giocoso al mito della “fortuna degli irlandesi” e alla pentola d’oro alla fine dell’arcobaleno. Perché funziona: Sposta il focus dal consumo di alcol al concetto di “fortuna” e divertimento. È un’operazione di gamification pura che incentiva l’acquisto retail senza bisogno di grandi eventi in piazza. 2. Commercial: L’ironia strategica di UberX UberX ha giocato sulla cultura popolare con una campagna dedicata al cosiddetto “Irish Exit” (la pratica di andarsene da una festa senza salutare nessuno). Perché funziona: È un “occhiolino” perfetto ai festaioli. Rafforza il posizionamento del servizio (rapido, semplice, affidabile) legandosi a un fenomeno culturale in modo ironico. Non ti dicono “bevi”, ti dicono “siamo qui per riportarti a casa quando decidi di sparire”. 3. Social Media: tra appartenenza e “Instant Marketing” Baileys : l’inclusività del “1% Irish” Baileys ha scelto la strada del sentimento. Attraverso un Reel che esplora termini gaelici (come Gliondar o Sceitimíni) e la preparazione di un cocktail verde, il brand ha puntato tutto su un’atmosfera domestica. Perché funziona: Il claim “anche se sei solo l’1% irlandese” abbatte le barriere. Rende il brand un compagno “caldo” e accessibile, perfetto per chi festeggia in piccolo o a casa. Krispy Kreme : la forza della semplicità Dall’altra parte troviamo Krispy Kreme: strategia di conversione pura con donut in omaggio e offerte limitate. Perché funziona: A volte la sintesi è la miglior strategia. In un giorno di festa, offrire un vantaggio concreto è il modo più veloce per generare traffico e buzz organico. Conclusione Il St. Patrick’s Day 2026 ci ha lasciato con meno post da ripostare, ma con molti spunti su cui riflettere. Essere riconoscibili oggi significa capire che il contesto (salutismo, sostenibilità, economia) conta più del calendario. In un mondo dove il consumo di alcol cala e la ricerca di significato aumenta, vincono i brand che non si limitano a colorare il logo di verde, ma che sanno offrire un’esperienza coerente con i nuovi stili di vita delle persone.
Come rendere riconoscibile la tua azienda sui social

Spoiler: non serve gridare più forte degli altri [5’ di lettura] Essere presenti sui social non basta più. Oggi la vera sfida è farsi riconoscere. Non per la quantità di contenuti prodotti o per l’uso del trend del momento, ma per la capacità di comunicare in modo coerente, autentico, proprio. La riconoscibilità è ciò che trasforma un semplice profilo in un’identità. È quella sensazione che fa dire “ah, è un loro contenuto” anche senza leggere il nome del brand. Costruirla non è questione di estetica, ma di strategia. E come tutte le scelte strategiche, richiede tempo, visione e metodo. Perché la riconoscibilità è una leva strategica Ogni giorno scorriamo centinaia di contenuti, eppure, tra tutti, ci fermiamo solo su quelli che trasmettono personalità e coerenza. È una reazione istintiva: riconosciamo ciò che ci appare familiare, ci fidiamo di chi mantiene una propria voce, ci ricordiamo di chi ci fa sentire qualcosa. Essere riconoscibili significa creare un legame emotivo e visivo costante tra ciò che il brand dice, mostra e fa. Significa permettere alle persone di identificarti anche quando il logo non c’è, o quando il messaggio cambia formato. È una forma di continuità che, nel caos dei social, diventa un vantaggio competitivo. Come costruire riconoscibilità sui social 1. Parti dall’identità del brand, non dal feed La riconoscibilità non nasce da un template o da un effetto visivo accattivante. Nasce da una base solida: l’identità del brand. Prima di pensare a cosa pubblicare, chiediti chi sei, cosa vuoi comunicare e perché qualcuno dovrebbe seguirti. Un feed coerente non è quello che “sta bene insieme”, ma quello che riflette un modo preciso di pensare e raccontare. Quando l’identità è chiara, anche la creatività diventa più libera, perché ha una direzione in cui muoversi. 2. Costruisci un tono di voce che ti rappresenti Il tono di voce è una delle leve più sottovalutate della riconoscibilità. Molte aziende, infatti, si concentrano su “come apparire”, dimenticando “come parlare”. Ma è proprio dalle parole che nasce la percezione di autenticità. Un tono efficace non deve essere per forza ironico o formale: deve essere coerente con la personalità del brand. Può evolvere nel tempo, adattarsi ai contesti, ma non perdere mai coerenza. Le persone non ricordano ogni frase che leggono, ma ricordano il modo in cui un brand si esprime. 3. Cura il linguaggio visivo (prima ancora del singolo contenuto) L’aspetto visivo è il primo contatto tra il brand e chi lo incontra online. Ma non serve solo a “fermare lo sguardo”: serve a raccontare un’identità. Ogni scelta visiva – colori, font, luce, fotografia, proporzioni – comunica intenzioni. Non è questione di gusto, ma di riconoscibilità: un linguaggio visivo coerente trasmette cura, presenza, direzione. Non si tratta di ripetere lo stesso format all’infinito, ma di costruire una grammatica visiva: elementi che si ripresentano e si evolvono restando però riconducibili al brand. 4. Scegli la coerenza, non la viralità Nel breve periodo, la viralità può sembrare una vittoria ma, senza coerenza, ogni picco è seguito da un vuoto. Essere riconoscibili significa costruire un ritmo costante, una voce che cresce nel tempo. Ogni contenuto dovrebbe rispondere a una sola domanda: “Se togliessi il logo, le persone capirebbero che è mio?” Quando la risposta è sì, vuol dire che hai trovato la tua voce. 5. Usa la coerenza per costruire fiducia La fiducia non nasce da un contenuto virale, ma da un percorso riconoscibile nel tempo. Sui social, la fiducia si costruisce attraverso coerenza, autenticità e chiarezza: le persone si affezionano ai brand che mantengono una promessa, visiva e narrativa, in modo costante. Essere riconoscibili non significa ripetersi: significa evolversi senza perdere il proprio senso. È ciò che trasforma una semplice presenza digitale in una relazione di lungo periodo. Brand che hanno costruito riconoscibilità nel tempo Alcuni marchi hanno capito che la riconoscibilità non si compra: si costruisce. Barilla, ad esempio, non ha solo un logo o un colore distintivo: ha una voce. Ogni campagna, ogni contenuto, restituisce calore, quotidianità, famiglia. La coerenza visiva e narrativa l’ha resa familiare a più generazioni, anche sui social. IKEA, invece, ha trasformato la semplicità in linguaggio. La sua ironia visiva, unita a un tono pratico e diretto, fa sì che qualunque messaggio – da una lampada a una filosofia di vita – suoni autenticamente suo. Ceres, con un registro ironico e puntuale, ha dimostrato che la riconoscibilità non richiede grandi mezzi, ma una voce coerente e tempestiva. Non si limita a seguire l’attualità: la filtra attraverso la propria identità, e per questo resta riconoscibile anche fuori dal contesto pubblicitario. In tutti questi casi, la riconoscibilità nasce dall’allineamento tra voce, immagine e coerenza. Conclusione Rendere riconoscibile la propria azienda sui social significa costruire un linguaggio coerente, visivo e verbale, che permetta alle persone di riconoscerti anche quando non parli direttamente di te. È un processo lento, ma costante, fatto di scelte ripetute nel tempo, piccoli dettagli e una direzione chiara. In un mondo dove tutto cambia velocemente, la riconoscibilità è una forma di stabilità. E, come spesso accade nella comunicazione, non vince chi parla di più, ma chi riesce a farsi capire – sempre allo stesso modo, anche quando dice qualcosa di nuovo.
AI in agenzia? Ecco cosa facciamo davvero (e cosa no)

Strumenti, limiti e opportunità dell’intelligenza artificiale per agenzie creative e team di comunicazione [7’ di lettura] Introduzione Sono ormai lontani i tempi in cui intelligenza artificiale era un’espressione spaventosa e che ci intimidiva. Da un paio d’anni, infatti, è diventata la nostra nuova collega, una di quelle che si integrano perfettamente nel team e che risolvono un sacco di grane. Tuttavia, c’è ancora chi la teme, chi la idealizza, chi la evita a prescindere. Ma l’AI non è né una minaccia né una soluzione miracolosa. È uno strumento. E, come ogni strumento, va compreso, contestualizzato e usato con intelligenza. Per questo abbiamo deciso di condividere con voi il modo in cui abbiamo integrato gli strumenti di AI nel lavoro quotidiano del nostro team (se avete dei feedback, sono ben accetti!). Cosa facciamo (e cosa no) in Officina38 In Officina38 utilizziamo l’intelligenza artificiale come uno strumento di supporto. Non ci affidiamo a essa per automatizzare tutto, ma la integriamo in modo ragionato nei nostri flussi. Ci aiuta, ad esempio, nelle prime fasi di ricerca, quando serve raccogliere informazioni, stimoli o punti di partenza da esplorare. La usiamo anche per velocizzare l’adattamento di testi e contenuti tra formati diversi, o per sbloccare idee visive durante la costruzione di una moodboard. Può tornarci utile, inoltre, per analizzare materiali complessi o sintetizzare informazioni articolate in modo più agile. Tutto questo ci permette di risparmiare tempo sulle attività più operative e concentrarci su ciò che conta davvero: le idee, le scelte, la direzione creativa. Quello che non facciamo — e non vogliamo fare — è delegare all’AI i compiti più delicati. Non la usiamo per generare naming o concept da zero, né per sostituire il pensiero strategico. E non produciamo visual destinati ai clienti con strumenti generativi, se non quando espressamente richiesto e condiviso nel brief. In sintesi: l’AI è una nostra utile alleata, ma il pensiero critico del nostro team resta la vera guida. Se non ora, quando? Dalla scrittura alle immagini, dai video alla musica: ogni formato creativo è oggi potenzialmente influenzato — o accelerato — da uno strumento AI. Ma più che chiedersi “cosa può fare l’AI?”, la domanda giusta è: “quando e come ha davvero senso usarla?”. Per rispondere, abbiamo riflettuto su quanto questi strumenti abbiano inciso, in alcuni casi davvero stravolto, il nostro modo di lavorare. O di pensare. O di pensare e lavorare insieme. L’intelligenza artificiale, lo sappiamo, può occuparsi di moltissimi task, da quelli ripetitivi a quelli più creativi. Ma le manca visione, non coglie le sfumature, non comprende il contesto per cui deve generare contenuti o creare soluzioni. Ed è proprio questo il punto: non sostituisce il lavoro creativo, lo affianca. Lo sostiene. In molti casi, lo rende persino più potente. In agenzia può essere utile in tante fasi operative o di supporto — a patto che ci sia sempre un occhio esperto a guidarla. Perché dove c’è bisogno di intuizione, empatia, originalità… l’AI si ferma. E tocca a noi fare la differenza. Non a caso, in Officina38 abbiamo accolto da qualche mese Luca, AI Creator che si dedica proprio a questo: esplorare i tool di intelligenza artificiale, testarli, capirne le potenzialità e aiutare tutti a usarli in modo utile e consapevole. Luca lavora al fianco dei team creativi quando serve e, nel frattempo, costruisce percorsi di educazione e integrazione quotidiana di questi strumenti. Ogni settimana, poi, ci aggiorna con la newsletter interna “AI INSIDER NEWS”: una raccolta delle novità più interessanti, tra nuove release e tool emergenti da sperimentare subito. Un piccolo rituale che ci tiene vigili e connessi all’evoluzione del settore. E ci ricorda che per innovare non serve correre: basta essere curiosi e sapere dove guardare. AI e Creatività: la nostra esperienza Chi di noi non si è ritrovato almeno una volta a vivere la sindrome del foglio bianco? Proprio in momenti di crisi come questi ci siamo scoperti grati a uno strumento che non ha pretese autoriali ma sa offrire stimoli rapidi, idee grezze, punti di partenza. Niente magia, solo un modo per rompere il ghiaccio e rimettere in moto il pensiero. Poi, come sempre, tocca a noi far suonare tutto nel modo “giusto” — anche a un orecchio creativo. Ed è per questo che anche in Officina38 ogni team integra l’intelligenza artificiale nei propri flussi in modo diverso, calibrandone l’uso in base agli obiettivi e alla natura del lavoro. Comunicazione Qui l’AI è una risorsa quotidiana. Serve per raccogliere spunti, testare alternative, elaborare insight o generare versioni preliminari di testi. Viene usata anche per esplorare trend, stimolare la scrittura o produrre prime scalette di contenuti editoriali. I tool più ricorrenti sono ChatGPT, Gemini e Notion AI, che stiamo sperimentando anche nella sua funzione scheduler per l’organizzazione dei calendari. Visual design L’AI qui è un acceleratore creativo. Viene usata per generare moodboard, esplorare palette, confrontare linguaggi visivi e sperimentare layout alternativi. Non sostituisce l’estetica, ma stimola la ricerca. Tra gli strumenti più utilizzati: Midjourney, Adobe Firefly, Runway, Gemini e il recente Google Veo 3, particolarmente utile per la prototipazione video. Produzione In fase di pre-produzione, l’AI viene testata per suggerire scenari e accompagnare la scrittura degli script. Serve anche per generare bozze narrative o supportare i pitch con immagini evocative. Anche in questo caso, Gemini e Google Veo 3 sono alcuni degli strumenti che stiamo esplorando con maggiore interesse. Post-produzione Qui l’AI è una compagna tecnica. Viene usata per sottotitolare, migliorare l’audio, snellire le fasi di montaggio. Ma ogni intervento viene sempre rifinito manualmente: perché l’obiettivo resta lo stesso, anche quando cambiano gli strumenti — dare vita a qualcosa di curato, coerente e rilevante. Diverso è il discorso per quei progetti che richiedono profondità, sfumature e coerenza strategica. In questi casi, l’uso dell’AI può risultare limitante — o addirittura controproducente. Pensiamo, per esempio, alle campagne valoriali, ai copy con una forte componente emotiva, alla definizione di un’identità visiva o alla stesura di una presentazione strategica. Quando il contenuto richiede un tono
4 anni di Officina38! Facciamo il punto con Anna Frandino

4 anni di Officina38! In questa intervista ad Anna Frandino, founder & owner di Officina38, facciamo il punto sui primi anni dalla costituzione della nostra società. Nata informalmente una decina di anni fa, a Torino, come spazio condiviso fra professionisti specializzati in video production, Officina38 si costituisce come società il 18 gennaio 2019. In questo articolo ripercorriamo i primi momenti importanti della nostra storia… e immaginiamo insieme quello che verrà! Anna, dove nasce la passione per il mondo video? Sono sempre stata attratta dal cinema, e fin da piccola l’aspetto che più mi ha affascinata è il backstage. Ero colpita da qualunque trasmissione tv che mostrasse il set, il dietro le quinte. Il colpo di fulmine? A 12 anni, forse 13, quando con la famiglia ho visitato gli Universal Studios in California. Ero come impazzita! Di quelle giornate incredibili trascorse fra un’attrazione e l’altra, il ricordo che è rimasto più impresso nella mia memoria di bambina è quello degli operatori sul set con i walkie-talkie e gli auricolari. Vedevo le troupe che lavoravano sui diversi set, masse di persone in un moto continuo apparentemente “disordinato”, eppure tutto filava liscio, c’era evidentemente una linea che dava ordine in quel caos. Lo staff walkie-talkie e auricolari sembrava avere tutto sotto controllo! Questo ricordo è riaffiorato qualche anno fa. Un’amica che lavora in Freeda mi ha coinvolta in un’intervista per parlare del mio percorso professionale e imprenditoriale. Mentre rispondevo alle domande, un flash ha riportato alla memoria quell’immagine, e ho capito in quel momento che il mio sogno di bambina era realizzato: il set oggi è il mio mondo, le nostre troupe “hanno gli auricolari” e tutta l’attrezzatura che serve per lavorare al meglio! E così hai deciso di studiare cinema… Sì, anche se non è stato immediato. Mi sono laureata in International Business con un indirizzo in Entertainment Management: insomma, l’ho presa un po’ alla larga… Ma la verità è che questi studi mi hanno portata a una prima serie di esperienze di stage e contatti determinanti nel mio percorso. Proprio così ho conosciuto chi mi ha convinta a prendere il coraggio a due mani e fare domanda per entrare al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. Ed ecco una prima sliding door. Conseguito il diploma in Produzione, sono entrata a tutti gli effetti nel mondo del cinema, proprio dalla parte in cui volevo stare: il “dietro le quinte”. …per poi prendere un’altra strada Ho lavorato in ambito cinematografico per alcuni anni, anche seguendo produzioni di rilievo. Poi sono arrivate le Olimpiadi invernali a Torino. Era il 2006, e si è presentata l’occasione di lavorare con la troupe che seguiva l’hockey per la NBC: un team di cento persone – ero l’unica italiana – con cui mi sono trovata incredibilmente bene, al punto da sfiorare l’idea di seguirli negli US. Ho sperimentato un modo di lavorare diverso, con tempistiche molto più strette rispetto al cinema, perché dettate dai ritmi incalzanti della tv e della comunicazione. E mi è piaciuto. L’esperienza successiva in Little Bull, la casa di produzione interna al gruppo Armando Testa, mi ha permesso di mettere ulteriormente a fuoco questa esigenza. Rispetto ai tempi dilatati con cui si lavora nel cinema, il mondo della pubblicità ha un dinamismo che sento più mio: ogni progetto ha un inizio e una fine vicini e ben delineati. Inoltre, nell’arco di due mesi si spazia fra contesti totalmente eterogenei, da un progetto all’altro. Tutto è veloce, e questo ti permette di dare il massimo in poco tempo. Quella era la mia nuova strada da seguire. Il mondo della pubblicità mi ha permesso di trovare una dimensione più “mia”, di conoscere professionisti di altissimo livello e di fare esperienze preziose: probabilmente non sarei qui, se non fossi passata attraverso quel settore. Ma mi stava stretto il fatto di non essere il capo di me stessa. Così, quando è arrivato il momento, ho deciso di buttarmi in un’attività autonoma. Conoscevo un fotografo freelance, Davide Bellucca, con cui abbiamo iniziato a condividere uno spazio in San Salvario, quartiere storico di Torino a due passi dal centro. Si trovava in via Principe Tommaso 38. Da qui il nome di Officina38? Esatto. 38 per il numero civico. ‘Officina’ perché dava un senso di concretezza in cui entrambi ci riconoscevamo, e anche perché, per chi come Davide ama lo spagnolo, la oficina è l’ufficio, il luogo di lavoro. In principio era solo un nome informale, un modo per “etichettare” il nostro spazio condiviso, un riferimento per dare appuntamento ai nostri clienti. Poi il nome è diventato anche un logo, e un dominio web, e una volta acquistato il dominio tanto valeva creare un sito… Intanto anche la nostra collaborazione si consolidava. Cresceva la richiesta di progetti video, così ho iniziato a coinvolgere sempre più un altro freelance, Marco Quattrocolo, professionista con grande esperienza nella post-produzione in ambito pubblicitario. Così hai iniziato a ragionare in termini di impresa? Sì. Quando ho proposto a Marco di avvicinarsi anche “fisicamente” a noi per facilitare la collaborazione su progetti condivisi, allora è nata anche l’esigenza di trovare uno spazio di lavoro più grande. Un’altra sliding door. Allargarsi e ragionare come team su progetti condivisi: tutto portava a fare un salto. Una nuova scelta che in parte mi spaventava, ma che si faceva strada in modo sempre più chiaro dentro di me: ragionare non più come freelance, bensì come imprenditrice. Il 18 gennaio 2019 nasceva Officina38 srl. Il nome di uno spazio di lavoro era diventato un progetto imprenditoriale, e io ne ero titolare. Una grande responsabilità e una fantastica nuova avventura. E che differenza fa? Prima di tutto, avere un’azienda ti permette di presentarti sul mercato in modo più professionale, o meglio, più strutturato. Ti consente di allargare gli orizzonti oltre i confini fisiologici dell’attività freelance. E ti stimola ancora di più a “fare bene”. È un’avventura altamente sfidante, e per realizzarla il primo fattore chiave è trovare le persone giuste per costruire il team. Per me