Cos’è il Trendjacking? Significato ed Esempi nel 2026

Trendjacking: l’arte di dirottare l’attenzione (e quando rischia di farti male) Spoiler: Inserirsi nel trend del momento può farti svoltare il mese, o distruggerti la reputazione in cinque minuti. [7’ di lettura] Nel caos quotidiano dei social media, c’è un brivido che ogni social media manager e brand strategist conosce bene: quello di vedere un contenuto, un meme o una notizia diventare virale e chiedersi: “come possiamo agganciarci?” Questa pratica ha un nome ben preciso: Trendjacking. Non si tratta di una moda passeggera, ma di una colonna portante del marketing contemporaneo. Cavalcare l’onda della tendenza culturale del momento può proiettare un brand sotto i riflettori digitali, traducendosi in visibilità, engagement e vendite a costo quasi zero. Ma attenzione: è un gioco ad altissimo rischio: se il pubblico percepisce opportunismo, forzatura o insensibilità, la risposta può essere immediata e spietata. In Officina38 studiamo i flussi della comunicazione online e, per capire come governare questo strumento senza bruciarsi, dobbiamo fare un passo indietro e analizzare da dove viene e come i brand lo stanno utilizzando, in particolare degli esempi di quest’anno. Cos’è il Trendjacking? (Tra criminologia e Old English) Il termine trendjacking nasce dall’unione di due parole inglesi: trend (tendenza) e hijacking (dirottamento). Se scaviamo nell’etimologia, scopriamo una storia affascinante. La parola hijack (composta originariamente da highway e jacking) nasce nel mondo criminale sotterraneo dell’America dei primi del Novecento per descrivere la rapina a mano armata di merci in transito. Il termine trend, invece, veniva inizialmente applicato al movimento delle acque lungo i fiumi e le coste, derivando dall’antico inglese trendan, che significa “girare o rotolare”. Quando un brand fa trendjacking, sta compiendo esattamente questo: intercetta un veicolo culturale già in movimento e ne reindirizza la traiettoria verso i propri obiettivi di comunicazione. Dall’iniezione di notizie ai meme: l’evoluzione dal Newsjacking L’idea di saltare sull’onda dei trend non è nuova. Il trendjacking è l’evoluzione diretta del Newsjacking, un termine divenuto popolare nei primi anni 2010 grazie al marketer David Meerman Scott. Il Newsjacking consiste letteralmente nell’“iniettare” le proprie idee o il proprio brand all’interno di una notizia fresca di breaking news, sfruttando l’ondata di ricerche e l’interesse dei media per ottenere copertura spontanea. Il Trendjacking moderno è un concetto più ampio: non si limita alle notizie di cronaca o geopolitica, ma fagocita trend di TikTok, drama di nicchia dell’internet e meme. Se un tempo i team social facevano una “mappatura dei trend” una volta al giorno, oggi la reattività si misura in minuti. I casi che hanno ridefinito il 2026: dall’empatia alla provocazione Per capire come i grandi brand stanno interpretando questa leva, analizziamo tre casi straordinari accaduti negli ultimi mesi. 1.L’empatia prima del prodotto: il caso IKEA e il macaco Punch A fine febbraio, il mondo intero si è innamorato di Punch, un piccolo macaco di sette mesi dello zoo di Ichikawa in Giappone che, faticando a integrarsi con la sua tribù, cercava conforto stringendo a sé un peluche a forma di orango di IKEA (il celebre Djungelskog). I video sono diventati virali su TikTok generando milioni di interazioni e portando il peluche al sold-out globale negli store fisici e online. Come ha risposto IKEA? Invece di lanciare una campagna aggressiva di vendita, si è posizionata come un “eroe accidentale” puntando sull’empatia. IKEA Japan ha donato altri peluche allo zoo per sostenere la struttura, mentre i vari mercati globali hanno attivato una strategia di copywriting in tempo reale coordinata ma localizzata: IKEA Spagna: ha pubblicato la foto di Punch con il peluche titolando: “C’è più di una madre.” IKEA USA: ha mostrato due peluche che si abbracciano con il copy: “A volte, la famiglia è quella che troviamo lungo la strada.” IKEA Singapore: ha pubblicato con un dolcissimo: “Alla fine, siamo tutti dei teneroni.” Questo è l’esempio perfetto di trendjacking emotivo: IKEA ha saputo elevare il trend trasformando un semplice prodotto in un simbolo culturale di solidarietà e comfort. La lezione di IKEA: un trend non va sempre reinterpretato. A volte funziona meglio quando il brand sceglie di accompagnare la conversazione, invece di cercare di diventarne il protagonista. 2. Il paradosso del logo coperto: i Mondiali FIFA e Levi’s Quest’estate, in occasione dei Mondiali FIFA, Levi’s ha dovuto affrontare un pesante limite contrattuale: far sparire il proprio nome dallo stadio di proprietà a Santa Clara (il celebre Levi’s Stadium), ribattezzato temporaneamente per il torneo San Francisco Bay Area Stadium. Infatti FIFA applica regole ferree a tutela dei propri sponsor ufficiali: chi paga cifre astronomiche per l’esclusiva non vuole “imboscate” pubblicitarie (il cosiddetto “ambush marketing“). Di conseguenza, poiché Levi’s non era tra gli sponsor ufficiali della federazione, ogni traccia visiva del brand all’interno dello stadio è stata tassativamente coperta o rimossa. Ma nel tentativo di neutralizzare il brand, è successo l’esatto opposto. Ed è qui che si palesa un paradosso straordinario per chi si occupa di brand identity. La forza degli asset visivi e l’effetto Streisand Il telone grigio applicato per nascondere la scritta “Levi’s” ha solo evidenziato la silhouette inconfondibile del logo (il celebre taglio a “ala di pipistrello”). Il nostro cervello è una macchina straordinaria per il riconoscimento dei pattern: non ha bisogno di leggere una parola se la forma, le proporzioni e il contesto sono già impressi nella memoria collettiva. Infatti, la censura ha innescato una sorta di effetto Streisand del design: più provi a nascondere qualcosa, più l’attenzione del pubblico si concentra su di essa. Nel giro di pochi giorni, l’assurdità di questa “censura forzata” è diventata virale: brand iconici come Heinz, Tabasco, Gillette e Chiquita hanno iniziato ad applicare lo stesso identico cerotto grigio sui propri loghi nelle loro comunicazioni social. Perché questa mossa ha funzionato così bene? La meta-narrativa del gioco: i brand non si sono limitati a mostrare vicinanza a Levi’s come “compagni di sventura”. Hanno invitato il pubblico a partecipare a un codice ironico comune. Nascondendo i propri loghi (altrettanto riconoscibili), hanno detto implicitamente: “Sappiamo che sapete chi siamo, anche senza leggerlo”. Umanizzazione e conversazione: questa dinamica ha accorciato le distanze in modo
La Grande Migrazione: perché stiamo abbandonando i feed per i Forum

Spoiler: e se il destino del 2026 fosse un ritorno a “MySpace”? [5’ di lettura] C’è una sensazione strana che accompagna lo scrolling social nel 2026.Apriamo le app per abitudine, ma ne usciamo con un senso di insoddisfazione. La chiamano Social Media Fatigue, ma i dati ci dicono che è qualcosa di più profondo: è un vero e proprio esodo digitale.Stiamo assistendo a un “ritorno alle origini” che ricorda l’era d’oro di MySpace, dove lo spazio digitale era davvero personale e basato sulle passioni, non sugli algoritmi. I numeri del cambiamento Non è solo una questione di percezione o nostalgia.Le piattaforme storiche stanno mostrando i primi segni di affaticamento. Per la prima volta, i giganti barcollano sotto il peso della loro stessa complessità: – Facebook ha perso oltre 1 milione di utenti solo nei primi 9 mesi del 2025. (ANSA, 2025) – Instagram registra un calo dell’1,9% nel 2025 rispetto ai dati del 2024 . (ANSA, 2025) Dall’altra parte della barricata, c’è chi sta vivendo un’età dell’oro puntando sulla verticalità. Reddit, l’aggregatore di forum per eccellenza, è diventato ufficialmente “la piattaforma che cresce di più”.I numeri sono impressionanti: dopo un +46% nel 2024, ha segnato un incredibile +81% nel 2025. Ritorno al futuro: dai Feed alle Community Perché questo ritorno ai forum? La risposta sta nella saturazione, ma anche in un bisogno umano ancestrale: sentirsi parte di qualcosa. Abbiamo passato anni in feed “chiusi” dove un algoritmo decideva cosa mostrarci, trasformandoci in spettatori passivi. Oggi quel patto si è rotto. L’utente del 2026 cerca pertinenza, controllo e appartenenza, proprio come accadeva nei primi anni 2000. Non si cercano più i “grandi numeri”, ma la propria “tribù digitale”. Le persone vogliono condividere idee, opinioni e meme con chi la pensa come loro, colmando quel senso di solitudine che i feed generalisti hanno paradossalmente alimentato. – Su Reddit, la forza risiede nei subreddit: micro-mondi dove l’interesse comune batte la popolarità del singolo. – Su Substack, è tornata centrale la scrittura: un rapporto diretto, quasi intimo, tra autore e lettore. È una migrazione che sa di “ritorno a casa”. Le persone non vogliono più consumare passivamente contenuti suggeriti da un’intelligenza artificiale che non ne coglie le sfumature; vogliono partecipare a discussioni reali, esattamente come facevamo personalizzando il nostro profilo MySpace o animando i vecchi forum di nicchia. Cosa cambia per noi marketers? Questa frammentazione ci pone davanti a una sfida enorme. Infatti, dobbiamo imparare a stare in questi nuovi (vecchi) spazi con un approccio diverso: Rispetto per la Community: su Reddit, un brand che si comporta da intruso commerciale viene espulso in pochi minuti. Valore Reale: su Substack, se non offri un punto di vista unico e utile, finisci dritto nello spam. La pubblicità sta diventando relazione. E la relazione richiede tempo, studio e, soprattutto, un tono di voce umano, trasparente e meno “istituzionale”. Conclusione: Prepararsi allo switch Come agenzia di comunicazione e produzione, il nostro compito non è più solo creare contenuti che “fermino il pollice”, ma progettare spazi che invitino alla sosta, al confronto e al senso di appartenenza. Il sipario sui vecchi social sta calando? Forse no, ma il palcoscenico principale si è spostato. E noi marketers dobbiamo essere pronti a cambiare copione, piattaforme e, soprattutto, mentalità.
St. Patrick’s Day 2026: dove sono finite le grandi campagne?

Spoiler: Quando il boccale è mezzo vuoto (di alcol e di campagne). [6’ di lettura] In Officina38 eravamo pronti: popcorn in mano, monitor accesi e quella curiosità tipica di chi aspetta di vedere come i giganti del beverage avrebbero interpretato, anche quest’anno, l’iconico St. Patrick’s Day. Nonostante in Italia questa festività sia vissuta in modo più filtrato, il “big fuzz” creativo che ruota attorno al 17 marzo è sempre stato un punto di riferimento per chi si occupa di comunicazione.Ci aspettavamo una pioggia di campagne spettacolari, attivazioni audaci e quel pizzico di follia “green”. E invece? Quest’anno San Patrizio è passato quasi inosservato, lasciandoci con un interrogativo: perché i brand hanno deciso di non “brindare” come al solito? La crisi del boccale: perché questo silenzio? La risposta non è univoca, ma risiede in un mix di tempismo e nuovi trend di consumo. Da un lato, il fatto che la festività sia caduta a metà settimana ha sicuramente frenato l’entusiasmo per gli eventi fisici. Dall’altro, stiamo assistendo a un cambiamento strutturale nel mercato del beverage. I dati parlano chiaro: il trend “No and Low alcohol” non è più una parentesi legata al Dry January, ma una scelta permanente. Tra il 2013 e il 2023, il consumo di alcol ha registrato cali significativi in tutta Europa (Health at a Glance, OECD, 2025). I consumatori oggi cercano complessità, gusto e “esperienze premium”, ma senza necessariamente gli effetti dell’alcol.La Gen Z, ad esempio, è un pubblico più consapevole e salutista. In questo scenario, le strategie basate esclusivamente sulla “festa ad ogni costo” iniziano a mostrare il fianco. Tuttavia, in questo panorama sottotono, qualcuno ha saputo muoversi con intelligenza. I casi che ci sono piaciuti (e perché hanno funzionato) 1. Gamification e “No-Lo”: Il caso 7UP Zero Sugar Proprio in linea con il trend analcolico, 7UP Zero Sugar è tornata con una campagna che aveva già vinto un IMPACT Award nel 2025. Il brand ha inserito un numero limitato di “Golden Cans” (lattine dorate) all’interno delle confezioni standard. Chi le trova vince 700€: un richiamo diretto e giocoso al mito della “fortuna degli irlandesi” e alla pentola d’oro alla fine dell’arcobaleno. Perché funziona: Sposta il focus dal consumo di alcol al concetto di “fortuna” e divertimento. È un’operazione di gamification pura che incentiva l’acquisto retail senza bisogno di grandi eventi in piazza. 2. Commercial: L’ironia strategica di UberX UberX ha giocato sulla cultura popolare con una campagna dedicata al cosiddetto “Irish Exit” (la pratica di andarsene da una festa senza salutare nessuno). Perché funziona: È un “occhiolino” perfetto ai festaioli. Rafforza il posizionamento del servizio (rapido, semplice, affidabile) legandosi a un fenomeno culturale in modo ironico. Non ti dicono “bevi”, ti dicono “siamo qui per riportarti a casa quando decidi di sparire”. 3. Social Media: tra appartenenza e “Instant Marketing” Baileys : l’inclusività del “1% Irish” Baileys ha scelto la strada del sentimento. Attraverso un Reel che esplora termini gaelici (come Gliondar o Sceitimíni) e la preparazione di un cocktail verde, il brand ha puntato tutto su un’atmosfera domestica. Perché funziona: Il claim “anche se sei solo l’1% irlandese” abbatte le barriere. Rende il brand un compagno “caldo” e accessibile, perfetto per chi festeggia in piccolo o a casa. Krispy Kreme : la forza della semplicità Dall’altra parte troviamo Krispy Kreme: strategia di conversione pura con donut in omaggio e offerte limitate. Perché funziona: A volte la sintesi è la miglior strategia. In un giorno di festa, offrire un vantaggio concreto è il modo più veloce per generare traffico e buzz organico. Conclusione Il St. Patrick’s Day 2026 ci ha lasciato con meno post da ripostare, ma con molti spunti su cui riflettere. Essere riconoscibili oggi significa capire che il contesto (salutismo, sostenibilità, economia) conta più del calendario. In un mondo dove il consumo di alcol cala e la ricerca di significato aumenta, vincono i brand che non si limitano a colorare il logo di verde, ma che sanno offrire un’esperienza coerente con i nuovi stili di vita delle persone.