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Officina38

Prospettive digital e sostenibilità: un nuovo inizio?

’emergenza dovuta al Covid-19 ha comportato molti disagi, sia per i lavoratori di tutti i settori, quanto per studenti, famiglie e pensionati. La quotidianità di ciascuno ha inevitabilmente subito uno stravolgimento. Tuttavia, come dice un vecchio proverbio, non tutto il male vien per nuocere. Ed è proprio così. Senza voler apparire naif, è bene ricordare che anche le situazioni più difficili ed estreme, come una pandemia, possono nascondere dei risvolti positivi… quanto meno sul lungo periodo. Nello specifico, la situazione che stiamo vivendo richiede impegno e sacrificio, specialmente da parte di istituzioni e aziende. Sebbene ciascuno di noi sia (stato) chiamato, nel suo piccolo, a creare alternative e soluzioni alle difficoltà quotidiane. Parlando di possibili svolte positive, pensiamo soprattutto a fenomeni come digitalizzazione ed ecosostenibilità. Si tratta di due termini di ampio respiro che includono al loro interno fenomeni economici diversi, tutti indispensabili per guardare al futuro assicurandosi di procedere nella giusta direzione. Questo può quindi essere un punto di partenza per il nostro paese, in primis per dare modo a tutti di comprendere la reale necessità di farsi trovare pronti anche in situazioni emergenziali (dato che, purtroppo, nessuno garantisce che in futuro non se ne verifichino altre) e, in secondo luogo, per dare concretamente avvio a questi cambiamenti. I concetti chiave durante questa emergenza sono state smart working, digitalizzazione, agilità. Idee centrali, quindi, anche per il futuro. Da questo punto di vista, Officina38 si è immediatamente mobilitata, come molte altre realtà lavorative, per rendere lo smart working funzionale e di semplice gestione. Abbiamo optato per il mantenimento dei nostri consueti orari lavorativi, intensificando l’attività sui canali social (a partire dal Blog) e avendo come parole d’ordine: creatività, inventiva, fiducia! Non è stato sempre tutto facile e, tutt’ora, registriamo qualche rallentamento. Nonostante questo, non abbiamo mai smesso di sentire il calore e la vicinanza di colleghi, amici e conoscenti e siamo riusciti a portare avanti diversi progetti. A tal proposito siamo molti fieri del corporate video per il cliente Sedamyl, realizzato rigorosamente a distanza! Questo periodo ci ha offerto anche la possibilità di dedicarci alla post produzione dei video del progetto The Soul Kitchen e, con l’allentamento delle misure di sicurezza a partire dal 4 maggio 2020, siamo addirittura tornati operativi (sul set!) realizzando uno shooting video all’aperto. Naturalmente, avendo a cuore il benessere di tutti e adottando tutte le precauzioni del caso. Ecco qualche immagine. Tutto ciò per dire che, in occasione dell’emergenza Covid-19, molti lavoratori si sono ritrovati a dover improvvisare, reagendo in modi talvolta esemplari, altre volte scomposti. È però evidente la necessità di un’organizzazione su più ampia scala, sia per affrontare simili eventualità in futuro, quanto per semplificare la gestione del lavoro. Digitalizzazione 1) Figure manageriali È proprio in questo contesto che la digitalizzazione gioca un ruolo fondamentale. Bisogna innanzitutto riconoscere che l’Italia non è certo all’avanguardia in questo settore; tuttavia, questo momento di crisi ha inevitabilmente richiesto l’attivazione di servizi e piattaforme alternativi e l’intensificazione “dell’offerta digital” in quasi tutti i settori, oltre ad una riorganizzazione interna di molti uffici, imprese e realtà lavorative in genere. In futuro, quindi, dovremo farci trovare tutti più preparati. Ad esempio, le figure manageriali dovranno possedere alcune caratteristiche (caratteristiche che venivano già richieste ma che diverranno imprescindibili), quali: una forte propensione alla digitalizzazione, la capacità di definire in modo chiaro gli obiettivi e la strategia dell’azienda, di ogni ufficio e di ogni risorsa al proprio interno. Inoltre, ogni processo, se possibile, dovrà essere accessibile da remoto, permettendo così a tutti di avere costantemente a disposizione gli strumenti di lavoro, ottimizzando gli spostamenti e assumendosi maggiore responsabilità. Tutto questo comporterà un altro significativo cambiamento, ovvero la gestione del lavoro per obiettivi, il ché significa essere completamente svincolati da orari e fare affidamento sulla capacità di auto-organizzazione del singolo. 2) Modalità di pagamento Un’altra importante direttiva del cambiamento “digital” è quella relativa alle modalità di pagamento. Sembra infatti che “la morte del contante” sia sempre più prossima. Già da diversi anni carte di credito e bancomat hanno conosciuto una diffusione massiccia ma, la “novità” più recente è costituita da app e forme di pagamento contactless (si pensi, per esempio, a Satispay, HYPE o YAP) che rendono più veloci i pagamenti, garantendo al contempo un minore contatto fisico, comportamento ad oggi sicuramente raccomandato. Durante l’emergenza, momento in cui molte realtà lavorative (come bar e ristoranti, ma non solo) hanno dovuto trovare alternative per continuare a lavorare, queste tecnologie hanno garantito – ad esempio – la possibilità di effettuare consegne delivery, pagando online e riducendo i rischi, anche per gli addetti alle consegne. Insomma, monete e banconote sembrano sempre più oggetti appartenenti ad un altro mondo. 3) Didattica online Non dimentichiamo poi il grande disagio vissuto in questi mesi da studenti (e, con loro, molte famiglie), insegnanti e istituti scolastici in genere. Se la didattica online è utilizzata più di frequente per l’istruzione superiore (e in altre realtà ancor più che in Italia), è evidente che lo stesso non si può dire per la formazione primaria e secondaria, entrambe ancora fortemente legate a metodi tradizionali, ovvero alle cosiddette lezioni frontali. Anche alla luce di ciò, supporre che la didattica a distanza possa, almeno nel breve periodo, diventare una soluzione ad ampia diffusione, sembra quanto mai improbabile. Tuttavia, questi ultimi mesi hanno sottolineato con forza la necessità, da parte degli istituti, di attrezzarsi con piattaforme online nelle quali è possibile caricare il materiale didattico e svolgere (o, anche qui, caricare) le video-lezioni. Sostenibilità ambientale L’emergenza sanitaria ha sconvolto molti settori del vivere quotidiano, aprendo gli occhi della società su alcune delle priorità. Una di queste è sicuramente la sostenibilità ambientale. Infatti, già dopo qualche giorno dall’inizio del lockdown, complice l’interruzione di buona parte della produzione industriale, si sono visti cieli stellati, acque limpide, animali che si riappropriavano di strade e di luoghi normalmente di dominio umano… sicuramente tutti fatti sui quali riflettere. Proprio pensando ad animali a spasso per le città, ci è impossibile non fare riferimento alla foto pubblicata su Instagram da Luciana

Realizzare video a distanza: è possibile?

Certo che sì! all’inizio della diffusione del Coronavirus sono cambiate molte cose e quel che è certo è che non potremo costruire il futuro sugli schemi del passato. Questo è più vero che mai se pensiamo a molti settori professionali come, per esempio, quello pubblicitario, del marketing e delle videoproduzioni. Ciò che oggi viene richiesto ai professionisti di questi ambiti, infatti, è la capacità di reagire con fermezza e inventiva a questo nuovo panorama che si è delineato di fronte a noi. A tal fine, è fondamentale che brand e aziende imparino a riconoscere e sfruttare tutte le possibilità, forse un po’ nascoste, offerte dall’isolamento. Sebbene sia innegabile che il COVID-19 rappresenti (per tutti, anche per noi di Officina38!) un’ardua sfida, alcuni effetti positivi di questa emergenza sono già visibili. In primis ha ricordato quanto sia importante rimanere al passo con i tempi, sapendo utilizzare strumenti come Skype, Google Hangouts o Zoom, dei quali abbiamo già parlato nel precedente blog post; Ha poi rimarcato l’importanza di avere piattaforme digitali per i servizi, in grado non solo di integrare ma – all’occorrenza – anche di sostituire quelle fisiche; Infine, ha ribadito il ruolo fondamentale rivestito della creatività nel vasto settore della comunicazione. Per molte aziende è stato infatti necessario pensare a linguaggi e strategie nuove e diverse per continuare a raggiungere il proprio bacino di clienti e interlocutori. Ovviamente, parlando di strategie, è naturale volgere il pensiero innanzitutto alle problematiche di ordine pratico che bisogna superare per dar vita a nuovi spot e video. È infatti evidente che dare avvio ad una produzione, come sarebbe successo in precedenza, che prevede il coinvolgimento di una troupe per diversi giorni di ripresa sul set, risulta oggi impossibile; ma ciò non significa che non esistano altre soluzioni praticabili. Fortunatamente viviamo in un’epoca in cui le tecnologie possono venire in nostro soccorso. Per esempio, è possibile optare per delle animazioni, magari in 3D, così come per delle riprese realizzate in ambito domestico, o sfruttare alcune di queste soluzioni assieme ad immagini o riprese di repertorio. Senza dimenticare che esistono anche banche dati di immagini, sia gratuite che a pagamento, alle quali attingere in caso di necessità. Insomma! Le soluzioni esistono, basta avere un po’ di creatività! A questo proposito Officina38 ha realizzato, proprio nelle ultime settimane, un corporate video per Sedamyl, azienda leader nel settore dell’industria alimentare. Come avrete notato, sono stati utilizzati i video che gli stessi dipendenti dell’azienda hanno realizzato, direttamente da casa o negli impianti di produzione (oltre che da un regista, anche lui lavorando da casa). Questo ha avuto un impatto positivo per tutti, soprattutto per i dipendenti che hanno preso parte a questa iniziativa, sentendosi partecipi di qualcosa di più grande e rafforzando il legame aziendale. Come si diceva, un’altra possibilità è quella di sfruttare le animazioni. Spesso si tratta di una scelta formale compiuta con consapevolezza di intenti, essendo una comunicazione dotata di un’immediatezza unica. Tuttavia, è innegabile che questa tipologia di video è strategica anche nel caso in cui non si disponga di riprese adeguate e non sia possibile realizzarne ex novo. Ecco alcuni esempi, molto diversi tra loro, di animazioni 3D realizzate da Officina38 in collaborazione con Noothera & 3D&motion.       Un ulteriore esempio di video realizzato senza necessità di un set e di contatti esterni, è il lavoro che Officina38 ha realizzato per il cliente Smile Solar. Cosa abbiamo utilizzato? Banche immagini e animazione grafica! 😎 Infine, un esempio recente e maggiormente noto è lo spot Vodafone Insieme, per raccontare l’importanza della connettività. Questo è stato il primo ad essere stato girato interamente da remoto con registi, professionisti e famiglie direttamente nelle loro case. Ovviamente, per compiere la scelta più adatta al proprio brand e al settore nel quale si opera, è bene rivolgersi a dei professionisti, i quali saranno in grado di ascoltare, valutare ed aiutarvi concretamente. E voi, cosa ne pensate? Se avete bisogno di una videoproduzione ma non sapete a chi rivolgervi o come realizzarla, allora non esitate a contattare il team di Officina38… vi aspettiamo! 😎 #staycreative          

Smart Working e videochiamate: come essere sempre professionali?

kype, Google Hangouts, WeChat, Jitsi, Whatsapp Web, FaceTime, Viber…   Sono ormai numerose le piattaforme VoIP (Voice over IP, ovvero “Voce tramite protocollo Internet“) che permettono di chattare, telefonare e, soprattutto, effettuare videochiamate sfruttando la connessione Internet. In questo specifico momento storico, ci rendiamo conto più che mai della fortuna che abbiamo a disporre di strumenti che permettono di lavorare da casa, di contattare agilmente amici e famiglia e di farci sentire un po’ meno soli!      Ma la domanda che sorge spontanea è: quali sono le attenzioni da avere se ci ritroviamo improvvisamente a dover fare una videochiamata con il nostro capo o i nostri colleghi di lavoro? Alcuni di noi, come le persone più giovani, hanno confidenza con questi strumenti. Tuttavia bisogna ammettere che sono ancora pochi coloro che lo usano regolarmente con fini professionali. Eccoci quindi pronti per darvi qualche dritta sul modo migliore per prepararvi ad affrontare con serenità e competenza una Skype Call (o affini)! Come prima cosa è fondamentale capire qual è il modo più efficace di presentarsi e far sentire, letteralmente, la propria voce! Infatti, non è ovviamente possibile contare sul linguaggio del corpo e sui gesti che naturalmente accompagnano una conversazione vis-à-vis. Se siete voi a dover condurre la videochiamata e le persone in collegamento non si conoscono già, assicuratevi di incoraggiare tutti a presentarsi. In questo modo dimostrerete a tutti rispetto e considerazione, consolidando al contempo la vostra leadership all’interno del gruppo. Ovviamente, qualora non foste voi i promotori della videochiamata, resta valida la regola di prender parte alla conversazione innanzitutto presentandosi, permettendo agli altri ascoltatori di identificarvi e dimostrando sicurezza in voi stessi e in quello che state per dire. Oltretutto, ciò predispone i vostri interlocutori a prestare maggiore attenzione alle vostre parole. Ma qual è il momento migliore per prendere la parola durante una videochiamata? Escludendo categoricamente la possibilità di interrompere gli altri, il momento migliore per parlare è dopo una breve pausa, quando nessun altro sembra intenzionato a farlo. Per inserirsi nella conversazione, magari per porre una domanda senza interrompere chi ha preso la parola, può essere utile usare la chat di cui dispongono la maggior parte delle piattaforme VoIP. Ciò consente a chi sta parlando di accorgersi del messaggio e di rispondere “live” o comunque si segnala a tutti che c’è ancora una domanda a cui bisogna dare risposta. Infine, un’ultima nota importante. Se ci si intende rivolgere a qualcuno nello specifico, è bene rivolgersi a lui/lei chiamandolo/a per nome, poiché non è possibile indirizzare lo sguardo o il corpo nella sua direzione al fine di farsi ugualmente capire. Un secondo importante aspetto da considerare è come mantenere alta l’attenzione. Bisogna infatti considerare che nessuno degli interlocutori è fisicamente prossimo agli altri ed è quindi più facile distrarsi. La soluzione a questa condizione è quella di essere davvero “connessi”, stimolando la partecipazione attiva di tutti. Se ci si trova nella posizione di “conduttore” della videochiamata, è ovviamente necessario prestare attenzione alle reazioni degli altri, parlare guardando la fotocamera ed essere pronti ad intervenire qualora la conversazione vada fuori tema. Bisogna infatti tener conto del fatto che in qualsiasi dialogo tra più persone può capitare di divagare o addirittura di essere in disaccordo, finendo per interrompere o sovrastare verbalmente gli altri. Questo, oltre ad essere poco educato, compromette la comprensione di tutti (specialmente in una videochiamata). Per questo è particolarmente importante che il conduttore intervenga, anticipando queste situazioni o, se ciò risulta impossibile, facendosi capire con un gesto chiaramente comprensibile, capace di indurre tutti al silenzio. Sempre a tal riguardo può essere utile ricordare che, in alcune circostanze (se, per esempio, viene da tossire, starnutire o si generano rumori nell’ambiente in cui si sta facendo la videochiamata), potrebbe risultare necessario disabilitare momentaneamente il microfono, così da non compromettere la comprensione di tutto il gruppo. Per mantenere viva l’attenzione di tutti è bene che chi si fa carico della conversazione, proponga argomenti di “transizione” e ponga domande in grado di dar vita a nuove tematiche di discussione. Inoltre, è fondamentale porre domande dirette ai singoli, così che anche una persona imbarazzata dalla videochiamata possa dire la sua. Quando gli argomenti all’ordine del giorno sono stati affrontati e la chiamata è in una fase conclusiva, è bene lasciare spazio ad eventuali domande, come in una qualsiasi riunione di lavoro. Questo dimostra attenzione ed empatia perché, nonostante la distanza fisica, si tiene in considerazione l’opinione altrui. Sebbene possa apparire scontato, abituati alle interazioni dirette fatte di sguardi, gesti e parole, un aspetto cui bisogna prestare grande attenzione durante una videochiamata è il contatto visivo. Per noi esseri umani stabilire un contatto visivo è del tutto naturale. Tant’è che se capita di incontrare qualcuno che lo evita vistosamente, rivolgendo gli occhi altrove, è facile sentirsi disorientati e infastiditi. Specialmente nel momento in cui ci si ritrova ad affrontare una presentazione e si è gli unici a parlare, è quindi bene ricordarsi di volgere lo sguardo alla fotocamera: è proprio questo che darà l’illusione a chi ascolta di essere guardato, stabilendo un contatto visivo. Ovviamente ciò richiede uno sforzo, è necessario non solo pensarci ma anche “allenarsi”, farci l’abitudine. (Da sinistra a destra) Immagine 1: sguardo rivolto alla fotocamera ✅ Immagine 2: sguardo rivolto in basso, verso lo schermo ❌ Qualora si stesse invece prendendo parte ad un meeting informale in cui è richiesto a tutti lo stesso grado di partecipazione, le cose possono anche svolgersi diversamente. È infatti spontaneo rivolgere la propria attenzione verso chi parla, quindi allo schermo anziché alla fotocamera. È facile e naturale e, in questo caso, va bene così. Un ulteriore elemento su cui soffermare la nostra attenzione, per affrontare al meglio una videochiamata, è il posizionamento della fotocamera. La prima cosa da controllare è l’altezza. Bisogna infatti evitare di riprendersi dall’alto o dal basso, scelte che generalmente non valorizzano l’aspetto di nessuno, preferendo invece un posizionamento ad altezza occhi. Una fotocamera messa troppo in basso potrebbe farvi apparire come delle sorta di “teste fluttuanti”, eliminando dal

#iorestoacasa ma… cosa guardo in tv?

enticinque titoli imperdibili disponibili su Netflix e Amazon Prime 😎   Vista e considerata la situazione di emergenza che sta affrontando il nostro paese, Officina38 ha pensato di rendersi utile, nel suo piccolo, alleggerendo la permanenza in casa dei suoi lettori durante tutto il mese di marzo! Cosa c’è di meglio di un buon film o di un’accattivante serie televisiva per trascorrere il tempo, da soli o in compagnia?! Secondo noi… praticamente nulla! Eccoci quindi pronti per dispensare consigli di visione, condividendo con voi l’enorme passione per il cinema (e le serie!) che accomuna tutto il team. “Se volete fare un film, non acquistate un’auto. Prendete il metro, l’autobus o camminate. Osservate da vicino le persone che vi circondano” Se è vero, come suggeriscono queste parole di Fritz Lang, che il cinema è prima di tutto contatto umano, vita quotidiana ed esperienza diretta, possiamo certamente concludere che film e forme di intrattenimento affini, attualmente, siano la miglior cura palliativa alla necessaria carenza di contatti esterni e interazioni sociali a cui tutti siamo tenuti. È proprio per questo che abbiamo scelto di offrire dei consigli che speriamo possiate apprezzare ma che, soprattutto, vorremmo davvero vi facessero compagnia in queste giornate di isolamento. Oltretutto, questo ci permette di farci conoscere un po’ meglio come team fatto di persone con gusti, passioni e sensibilità differenti. But now… Let’s start! 😎 Anna, Founder e Producer di Officina38, nonché cinefila per studio e vocazione, consiglia: Su Netflix The terminal (2004): film di Steven Spielberg e con Tom Hanks della durata di 130 minuti. In un momento in cui dobbiamo stare a casa, non male guardare un film di uno che è obbligato a vivere in un aeroporto… Mal comune, mezzo gaudio! Midnight Diner: Tokyo Stories (2009-in corso): 2 stagioni, 20 puntate da 23 minuti… semplici ma geniali (tempo di visione stimato: 8 ore). La città incantata (2001): cartoon giapponese di Hayao Miyazaki, della durata di 125 minuti, che ci aiuta a sognare. Diamanti grezzi (2020): film dei fratelli Safdie con protagonista Adam Sandler della durata di 135 minuti: un modo per combattere l’ansia… con l’ansia! Il Metodo Kominsky (2018): serie tv con Michael Douglas, con una grande sceneggiatura, ironica e molto cinica.   Un’immagine di Midnight Diner su Netflix Davide, fotografo e responsabile di produzione di Officina38, nonché esperto di simmetrie e buon gusto, vi suggerisce: Su Amazon Prime L’amore ai tempi del colera (2007), film di Mike Newell tratto dall’omonimo romanzo di Gabriel Garcia Marquez: 132 minuti che ci e vi faranno sicuramente rimanere in tema con gli eventi recenti. Cast Away (2000), del regista Robert Zemeckis e della durata di 143 minuti… Per coltivare la speranza! Su Netflix Call me by your name (2017): film di Luca Guadagnino da 131 minuti che racconta l’amore con toccante delicatezza. Pandemia globale (2020): docu-serie che non necessita di presentazioni; 1 stagione, 6 puntate da 40-52 minuti. Ricomincio da tre (1981): 106 minuti di puro relax grazie ai mitici Massimo Troisi e Lello Arena… un cult tutto italiano!   Locandina di Call Me By Your Name Filippo, Sales&Marketing Associate Director di Officina38 e, nel tempo libero, amante del buon cinema, consiglia di vedere… Su Netflix Storia di un matrimonio (Marriage Story), film scritto e diretto da Noah Baumbach (2019) da 136 minuti; Il petroliere (There Will Be Blood), film diretto da Paul Thomas Anderson (2007) della durata di 158 minuti;   Daniel Day-Lewis, protagonista del film Il petroliere A Sun, film diretto dal regista taiwanese Chung Mong-hong (2019) da 155 minuti; Dogman, film diretto da Matteo Garrone (2018) da 102 minuti; Dark (I Segreti di Winden), serie televisiva tedesca (2017-in corso), 2 stagioni, 18 episodi da 45-60 minuti. Marco, Video Editor di Officina38 con studi di cinema alle spalle, è certo che non possiate perdervi… Su Amazon Prime Fleabag (2016-2019): serial articolato in 2 stagioni, per un totale di 12 episodi da 24 minuti ciascuno (tempo di visione stimato: poco meno di 5 ore); The Office (2005-2013): serie televisiva, 9 stagioni, 201 episodi da 22 minuti (tempo di visione stimato: 74 ore). Su Netflix Maniac (2018): miniserie da 10 puntate di 40 minuti ciascuna (tempo di visione stimato: 7 ore); The Haunting (of Hill House): serial antologico (2018), 1 stagione, 10 episodi da 40-70 minuti; Disincanto (2018-in corso): serie animata, 1 stagione, 20 episodi da 22-36 minuti.   Disincanto Infine, Alice, Marketing Coordinator nonché studentessa di Cinema e media, consiglia: Su Amazon Prime Arrival (2016): film di Denis Villeneuve della durata di 116 minuti che parla in modo inedito e interessante di alieni… per un po’ di sana evasione; The Man in the High Castle (2015-2019): serial televisivo, 4 stagioni, 40 episodi da 48-70 minuti… Un toccasana per gli appassionati di distopia!   Immagine del film Arrival  Su Netflix Le pagine della nostra vita (2004), film di Nick Cassavetes da 124 minuti… Un evergreen del genere romantico che scioglierà anche i cuori più difficili da scalfire! Il fotografo di Mauthausen, film di Mar Targarona (2018) della durata di 110 minuti: un film toccante che ripercorre una delle pagine più oscure della storia recente; I Am Not Okay With This (2020): 1 stagione, 7 episodi da 19-28 min.; un serial recente (è stato pubblicato su Netflix lo scorso 26 febbraio), leggero e giovanile che arriva direttamente dai produttori di Stranger Things e dal regista di The End of the F***ing World: insomma, una piccola chicca da non perdersi! Mettere tutti d’accordo in fatto di gusti cinematografici e televisivi, così come sulla migliore modalità di fruizione di questi contenuti, non è certo una facile missione. Inoltre, al di là della sensibilità personale, anche lo stile di vita può notevolmente influire sulle scelte di visione che facciamo: non tutti possono permettersi di fare binge watching, alcuni semplicemente non amano terminare la propria serie preferita nel giro di una nottata… mentre altri ancora non sanno come resistere alla tentazione di vedere tutto e subito! Ecco perché Officina38 ha provato a venire incontro ai gusti e alle esigenze di (speriamo) tutti, stilando una lista di film e serial eterogenea da ogni punto di vista (genere, durata,

1917 di Sam Mendes: un connubio di tecnica e poesia?

e scelte tecniche possono aiutare nella costruzione di una narrazione audiovisiva o hanno invece l’effetto contrario, intaccando il potenziale emotivo della storia? Si tratta di semplice tecnicismo o di un linguaggio specifico a servizio della narrazione? Questa è la domanda a cui vorremmo rispondere in questo articolo, prendendo il film 1917 come caso studio principale. Vincitore di tre premi Oscar, due Golden Globes e sette premi BAFTA, 1917 è l’ultimo film di Sam Mendes, già regista di American Beauty, Revolutionary Road e degli ultimi due 007 (Skyfall e Spectre). Sinopsi 6 aprile, 1917. I giovani caporali britannici William Schofield (George MacKay) e Tom Blake (Dean-Charles Chapman) ricevono l’ordine dal Generale Erinmore (Colin Firth) di attraversare le linee nemiche per raggiungere il Secondo Battaglione, composto da oltre 1600 commilitoni, ed informare il Colonnello Mackenzie (Benedict Cumberbatch) che l’attacco programmato contro l’armata tedesca, in realtà, è una trappola e va quindi evitato ad ogni costo. La narrazione si dipana in un arco di tempo estremamente ridotto, nemmeno 24 ore, e si concentra in modo pressoché esclusivo sui Caporali Schofield e Blake, veri protagonisti della missione e del film. Quella dei due giovani si presenta quindi, sin dal principio, come una corsa contro il tempo per impedire una carneficina, nella quale rischia tra l’altro di essere coinvolto il Tenente Joseph Blake, fratello di Tom. Non a caso, durante i primi minuti del film, si percepiscono tanto la paura e la titubanza di William quanto la determinazione del compagno, deciso a portare a compimento la rischiosa missione per amore fraterno. Tra i meriti del film vi è la scelta di rappresentare uno spaccato bellico spesso trascurato, unitamente alla grande attenzione per la partecipazione emotiva dello spettatore. Aspetto, quest’ultimo, che ha certamente messo tutti d’accordo: è infatti innegabile il potere di 1917 di farci tenere gli occhi incollati allo schermo, dall’inizio alla fine del film. Ma com’è stato possibile rendere avvincente e vicina a noi spettatori una vicenda ambientata in un momento storico così distante temporalmente e materialmente, spesso ritenuto inadatto per essere trasposta efficacemente sul grande schermo? Che ci sia lo zampino della tecnica? 😉 Piano sequenza: un’ode alla tecnica Come confermano alcuni dei riconoscimenti che il film ha ottenuto (Oscar per i Migliori effetti speciali visivi, per la Miglior fotografia e premio a Lee Smith per il Miglior montaggio ai Critics Choice Awards), uno dei meriti maggiori del film è costituito proprio dalla componente tecnica: il film si presenta infatti agli occhi dello spettatore come un unico piano sequenza. In realtà, si tratta di una serie di piani sequenza diversi, e di differenti durate (il più lungo, di ben 8 minuti e mezzo), montati in maniera a tal punto impeccabile da non rendere percepibili i tagli. Il piano sequenza è un’inquadratura particolarmente lunga, senza stacchi né interruzioni, che riprende nella sua interezza una scena (ossia un momento del film caratterizzato da unità di tempo e luogo) o una sequenza (cioè un momento narrativo unitario anche se diviso in più scene). Nel corso degli ultimi anni il piano sequenza ha riacquistato discreta fama: dopo essere stato sperimentato da giganti del cinema come Alfred Hitchcock, Jean-Luc Godard, Michelangelo Antonioni, Ettore Scola, Stanley Kubrick, Brian De Palma e Martin Scorsese, acquista nuova popolarità nel 2014 grazie al film Birdman, del regista messicano Alejandro Gonzàlez Iñárritu e alla serie televisiva True Detective, dello stesso anno. La scelta di realizzare un piano sequenza, improntato alla filosofia del “buona la prima”, comporta una serie di difficoltà non indifferenti per troupe, regista e attori. Questi ultimi, ad esempio, devono far tesoro di un tipo di recitazione di reminiscenza teatrale, basato su un’attenta memorizzazione di battute e movimenti di scena, poiché non è possibile ripetere la scena… a meno che non si desideri ricominciarla dal principio! Evidentemente, però, non è la sola sfida che ci si ritrova a dover affrontare: infatti, l’intera troupe deve tenere il passo con gli attori, spostandosi velocemente per seguirli e garantire al contempo la qualità delle riprese. Per 1917 la situazione è risultata particolarmente delicata perché, essendo quasi tutte le scene ambientate in esterni diurni, è stato necessario utilizzare la luce naturale, aspetto curato dal direttore della fotografia premio Oscar Roger Deakins. Nella pratica, questo ha significato anche sfruttare con prontezza il passaggio di una nuvola che oscurava il sole, al fine di rendere sufficientemente “grigia” la scena, come da sceneggiatura. Inoltre, anche grazie a cineprese più leggere e meno ingombranti, gli operatori potevano con relativa facilità passare dalla steadycam alla camera a mano per poi attaccare la cinepresa su un cavo per delle riprese aeree prima di riprenderla e proseguire su un furgone. Un lavoro che ha richiesto una vera e propria coreografia tra operatori, attori e scenografi, che dovevano gestire lo spazio in modo pressoché impeccabile. Inoltre, il lavoro richiesto a monte, al fine di essere preparati una volta sul set, è mastodontico; nello specifico, per 1917, la sceneggiatura è stata scritta da Mendes e Wilson Cairns con non poche restrizioni e lo scenografo Dennis Gassner ha dovuto pensare a tutto, servendosi anche di modellini dettagliati di ogni luogo, poi ricreati in versioni a grandezza naturale. Solo in questo modo, infatti, è stato possibile costruire gli spazi in modo realistico, prevedendo ogni minimo dettaglio. Intanto, Mendes e altri della squadra passeggiavano tra i campi con la sceneggiatura in mano per studiare i percorsi che avrebbero fatto gli attori sul set, piantando qua e là bandierine (gialle e verdi per i due personaggi, rosse per la cinepresa) così da tenere traccia dei movimenti. Oltre a tutto ciò, è stato necessario procurarsi anche gli ordigni bellici e pianificare le (vere!) esplosioni, quelle che rendono dinamica la parte finale della pellicola. Questo, evidentemente, è stato un ulteriore incentivo per calcolare tutto con millimetrica precisione: infatti, non è certo conveniente far esplodere a vuoto una bomba o una granata. Inoltre, si deve garantire la sicurezza di tutti coloro che sono coinvolti nella scena, oltre che un adeguato sfruttamento scenografico delle esplosioni. Il piano sequenza, però, al di là

Donne sull’orlo del bricolage – Come rompere gli schemi aggiustando tutto il resto

donne sull'orlo del bricolage

  Donne sull’orlo del bricolage – Come rompere gli schemi aggiustando tutto il resto è la nuova webserie di Officina38, realizzata in collaborazione con Alessandra Cataleta, regista che ha ideato la serie e diretto la puntata pilota di questa miniserie in dieci episodi. Se anche a voi è capitato di guardare rassegnati la cassetta degli attrezzi, finendo per chiamare vostro padre, vostro zio, il vostro fidanzato o il vicino di casa per far riparare il tubo della doccia o montare un mobile… allora siete nel posto giusto! La protagonista della sitcom Donne sull’orlo del bricolage è Enrica, una brillante trentaseienne reduce da una delusione amorosa che decide di prendere in mano, se non proprio tutta la sua vita, almeno quella domestica. Lungi dal chiamare il suo platinato ex riparatutto, in ogni episodio vediamo la nostra eroina fronteggiare una piccola sfida casalinga: flessibili, trapani, cavi elettrici, sifoni… insegnandoci a sua volta come si fa, in pochi e semplici passaggi! Enrica, personaggio leggero ed auto-ironico, incarna lo stereotipo femminile per cui i lavori di manutenzione domestica sono di dominio maschile, stereotipo che è però lei stessa a demolire con la sua grintosa determinazione e con l’aiuto dell’amica Sophie, colei che tutto ripara e tutto può. Ed è così che queste sfide si trasformano per lei in vere e proprie dosi di empowerment, attraverso cui riuscirà a ritrovare fiducia e stima di sé. Donne sull’orlo del bricolage è la prima sitcom ma anche il primo vero tutorial mai realizzato sul tema del bricolage domestico. Dedicata a tutte quelle persone, non solo donne, da sempre negate per qualsiasi genere di riparazione.   Episodio pilota   Foto Backstage Enrica, interpretata da Laura Rovetti, nel backstage durante il trucco Simon Luca, interpretato da Fabio Mascagni nel backstage   Enrica vi aspetta nel prossimo episodio…

Video Tutorial: tutto quello che c’è da sapere

entiamo parlare spesso di video Tutorial e ne abbiamo sicuramente visto uno nella nostra vita. Un tutorial non è altro che una “guida”, uno scritto o un video che illustrano come utilizzare un programma, un’applicazione o un prodotto spiegandone funzionalità e caratteristiche con esempi pratici. Sebbene i Tutorial possano avere una natura testuale (sono tutorial testuali i famosi consigli informatici dispensati da Salvatore Aranzulla sul suo sito), multimediale o video, in questo articolo intendiamo parlare di video Tutorial, tipologia di tutorial di maggior diffusione e successo. Negli ultimi anni, soprattutto grazie a piattaforme come YouTube e Instagram, la capacità dei video di catturare grandi fette di pubblico, anche molto diverse fra loro, è divenuta enorme. Un canale YouTube di incredibile successo è 5-Minutes Crafts, con oltre 63 milioni di iscritti. Il canale promette “Divertenti progetti fai-da-te, tecniche artigianali”, invitando lo spettatore a “provare la gioia di farlo da solo!” E, effettivamente, questi video in cui vengono mostrate passo passo le attività più disparate e curiose sono un toccasana per mantenere allenati mani e cervello! Una ragione del successo dei video Tutorial sta nella loro capacità di spaziare tra una varietà di argomenti pressoché infinita: si va dalle ricette di cucina, al make-up, fino alle istruzioni sul funzionamento di un software o per la costruzione di modellini aerei. E’ possibile fare una distinzione all’interno della macro-categoria dei video Tutorial, distinguendo tra quei video che insegnano a fare qualcosa da quelli concentrati invece sul prodotto. Generalmente coloro che decidono di realizzare dei video “How to” sono persone che hanno competenze specifiche: esperti in (micro-)settori di particolare interesse per una fascia di spettatori. Questo lascia moltissimo spazio, oltre che ai professionisti, anche agli autodidatti e/o alle persone che coltivano un hobby; questi “tutor” hanno trovato nel web una vetrina in grado di offrirgli una possibilità di ascolto e crescita professionale altrimenti impensabile. Negli ultimi anni, infatti, alcuni fra i migliori di questo settore sono riusciti a trasformare il loro hobby o la loro passione in un vero e proprio business. Un caso famoso è quello di ClioMakeUp che, nel 2008, ha aperto il suo canale YouTube ClioMakeUp, cresciuto rapidamente in popolarità, arrivando ad oltre 1 milione di iscritti e più di 200 milioni di visualizzazioni totali. Questo le ha permesso, in pochi anni, di arrivare anche in televisione, su Real Times, oltre che alla Milano Fashion Week e alla creazione di una linea di cosmesi con il proprio nome.   D’altra parte, a rendere vincente uno/a youtuber o instagramer rispetto alla concorrenza sono sia la capacità di intercettare i gusti e gli interessi del pubblico, sia la competenza e la sicurezza possedute e trasmesse ai propri follower, così come la capacità di comunicare efficacemente rimanendo sempre genuini. Questa tendenza comunicativa volta al dialogo diretto con lo spettatore, tipica del Tutorial, ha condotto alla nascita di format televisivi come, ad esempio, Cotto e mangiato: una rubrica culinaria in cui si mostrano ingredienti e procedimenti per realizzare ricette ogni giorno diverse. Lasciando da parte l’aspetto più mainstream, ludico e forse noto del video Tutorial, per volgere l’attenzione ai suoi usi professionali, sta avendo un grande successo ed una rapida diffusione l’E-learning, ovvero l’apprendimento on line: un metodo didattico che si serve delle cosiddette video-lezioni (che altro non sono che video Tutorial). L’E-learning si è sviluppato soprattutto negli Stati Uniti, dove la formazione tramite video didattici è già ampiamente diffusa da diversi anni e, ad oggi,  il fenomeno si sta espandendo a macchia d’olio in tutto il mondo, raggiungendo anche paesi più reticenti all’apprendimento online, come l’Europa occidentale. Inoltre, per alcune realtà l’apprendimento on line è spesso l’unica opportunità di accedere alla formazione. Officina38 ha curato la produzione di alcuni video Tutorial per UNSSC (United Nation System Staff College), un college con due campus fisici, a Torino e a Bonn, e un importante campus virtuale. Un altro possibile utilizzo dei video Tutorial è quello espressamente commerciale; un’azienda che intende parlare di sé attraverso prodotti o servizi specifici, dovrebbe considerare la possibilità di utilizzare la forma del video, magari a metà strada tra il Corporate e il Tutorial. Ovviamente, è necessario stabilire a monte la propria brand identity, il target di pubblico a cui rivolgersi e il tono di voce più opportuno da utilizzare. In generale, in questo tipo di operazione, la parola chiave è chiarezza, pulizia concettuale e formale. Il messaggio, per esempio legato a funzionalità e possibili usi di un dato prodotto, dev’essere espresso in modo semplice e immediatamente intellegibile; inoltre, il destinatario deve aver appreso nuove informazioni alla fine del tutorial, come se avesse davvero toccato con mano il prodotto in questione. A tal proposito, Officina38 ha realizzato diversi video Tutorial per Pic solution. Le possibilità creative per la realizzazione di un buon video Tutorial sono però numerose. Officina38 ha prodotto video realizzati esclusivamente con l’utilizzo della grafica o nei quali compaiono testimonial. In entrambi i casi, si tratta di espedienti per rendere maggiormente accattivante una comunicazione che punta ad essere semplice ma non per questo meno efficace. Per il New Ducato di Fiat si è scelto di sfruttare l’immagine di Matt Davis, un personaggio televisivo molto noto al pubblico specializzato. Per Kavo Kerr, organizzazione nata grazie all’unione di due leader mondiali del settore odontoiatrico, Officina38 ha optato per un’animazione: una scelta sicuramente meno “personale” ma proprio per questo professionale e di facile comprensione. Che ne pensate? Trovate sia una forma comunicativa efficace in grado di catturare la vostra attenzione? Per chi si chiedesse quali sono le caratteristiche fondamentali di un video Tutorial, eccone una possibile sintesi: Caratteristiche formali Inquadrature che permettono di osservare:    il prodotto a 360°;           le sue funzionalità; il suo utilizzo, attraverso azioni rese visibili dall’inizio alla fine;      voce narrante che racconta verbalmente il contenuto visivo; eventuali inserti grafici destinati a chiarire ulteriormente il contenuto del video. Caratteristiche stilistiche pulizia concettuale e formale, a tutti i livelli. Ciò significa che… Le immagini devono essere immediatamente intellegibili, assolutamente non ambigue o caotiche, anche attraverso il supporto del commento audio che non deve mai contraddire o allontanarsi dalla

Come nasce e si sviluppa una produzione video

omandarsi su quale base si debbano scegliere le case di produzione video con cui collaborare, da agenzia di comunicazione, è sicuramente lecito. Ecco quindi che noi di Officina38, nell’ultimo articolo del nostro Blog, abbiamo pensato di sciogliere parte di questi “dubbi esistenziali”, facilitandovi la scelta! 😉 Da soggetti di pochi secondi a lungometraggi, una casa di produzione video trasforma in narrazione visiva i valori, la storia, la passione e la professionalità dei propri clienti. La finalità è sempre quella di facilitare il Cliente nel raggiungimento dei suoi obiettivi marketing, attraverso uno storytelling efficace. Corporate, spot pubblicitari, non profit, tutorial, fashion film, branded content e animation video… Le possibilità sono tante, ognuna destinata ad uno specifico target di pubblico e ad un diverso canale di diffusione. Per potersi orientare tra le diverse possibilità ed individuare la scelta più adatta, è fondamentale il supporto di una professionalità capace di stabilire, a monte, non solo la tipologia di produzione più adatta ma anche le modalità e le tempistiche di lavorazione, così come eventuali imprevisti. Il tutto, senza mai tralasciare le indicazioni ricevute dall’agenzia di comunicazione. Insomma, improvvisarsi casa di produzione video è semplicemente impossibile, quanto meno se si desidera ottenere un risultato professionale in grado di ripagare tutti gli sforzi compiuti. Le fasi del processo creativo Il processo creativo di un video è sicuramente laborioso ed ha inizio solo dopo un brief da parte dell’agenzia, finalizzato a delineare in maniera quanto più chiara possibile l’identità e gli obiettivi del Cliente. Il processo creativo si articola in quattro fasi: sviluppo creativo; pre-produzione; produzione; post-produzione. Sviluppo creativo Lo sviluppo creativo è la fase iniziale ed è di competenza dell’agenzia di comunicazione, la quale ha anche un ruolo da intermediaria tra il Cliente e la casa di produzione. Per sviluppo creativo si intende l’ideazione vera e propria dei contenuti. È il momento di massima creatività, in cui, ascoltate richieste ed esigenze del Cliente, gli si propongono alcune idee sulla possibile narrazione, il tono del video e la sua durata, corredando il tutto con immagini o video ispirazionale. Pre-produzione Una volta individuata la linea creativa, è compito della casa di produzione video proporre un’interpretazione dell’idea approvata. In primis, è di fondamentale importanza individuare un regista capace di pensare ad un trattamento adeguato alle esigenze del Cliente e alla linea narrativa immaginata. Il regista deve fare la sua proposta, fornendo indicazioni sulla direzione artistica, la luce e il montaggio; il tutto, corredato da immagini, video e spunti provenienti da lavori precedenti e/o da reference. Questo serve a mostrare all’agenzia e al Cliente la propria professionalità e la direzione nella quale si intende andare a lavorare, oltre (naturalmente) a quella in cui si è sinora lavorato. Sulla base della creatività e dell’interpretazione registica, è fondamentale capire quanti saranno i giorni dedicati alla produzione (i giorni di “riprese”), i conseguenti costi e le eventuali spese aggiuntive. Questo è un importante compito del producer e del direttore di produzione, interno alla casa di produzione. Coordinare, organizzare e controllare il lavoro di un team più o meno esteso ed eterogeneo, è infatti fondamentale per non far aumentare i tempi ed i costi di lavorazione. La casa di produzione, oltre a realizzare il trattamento secondo le indicazioni del regista, spesso provvede anche al casting e all’individuazione della/e location, affidandosi ad un location manager e ad un direttore casting. Per quanto possa apparentemente sembrare marginale, si tratta in realtà di un’importante responsabilità; infatti, è sempre bene non limitare le proprie proposte ad un singolo attore o ad una singola location, bensì filtrare l’offerta riuscendo a garantire possibilità di scelta. Segue poi la presentazione del trattamento all’agenzia e al Cliente, i quali possono suggerire cambiamenti, oppure, nel caso in cui si tratti di una gara, decidere a quale casa di produzione affidare effettivamente il lavoro. Produzione Approvato tutto l’impianto produttivo e i suoi relativi costi… non resta che passare all’azione! Una volta dato inizio alle riprese, il direttore di produzione ha il dovere di fornire a tutti l’ordine del giorno, in modo tale da coordinare e scandire il lavoro, gli orari e l’ordine delle scene che verranno girate. È inoltre il momento in cui si lavora con regista, direttore della fotografia, operatore/i di camera, attori, make-up & hair styilist. Post-produzione Finite le riprese, l’editor della casa di produzione, seleziona e monta il materiale insieme al regista, fino ad avere l’approvazione del risultato finale dal Cliente e dall’Agenzia. Infine, si procede con la finalizzazione del video, tramite l’incisione delle musiche, del voice over e dello speaker, export e consegna. Per i più difficili da persuadere… Nel caso del film realizzato per DiaSorin, con l’agenzia Fore, il set è stato di tre giorni di riprese, tra Torino e dintorni, ed ha coinvolto 50 professionisti. Oltre al regista, erano presenti sul set molte altre figure professionali: make-up & hair styilist, stylist, capo casting, location manager, operatore di macchina con assistente, video assist, elettricista, focus puller, attrezzista, art buyer e runner. A tal proposito, abbiamo due curiosità da raccontare; la prima riguarda un piccolo imprevisto avuto durante la prima giornata di riprese. Abbiamo infatti dovuto da subito fare i conti con un generatore di corrente che non funzionava correttamente, creando grossi problemi. Questo ha naturalmente comportato la necessità di sfoderare quella skill comunemente definita problem solving. Il nostro implacabile production manager, in attesa che arrivasse sul set il pezzo di ricambio, consegnato in tempi record, senza alcuna timidezza ha domandato aiuto a locali ed abitazioni adiacenti al set fino a trovare una famiglia così benevola da concedere alla troupe l’utilizzo della corrente del loro appartamento tramite un cavo di 30 metri di emergenza. Sul set ogni minuto conta ed è importante non perdere il ritmo di lavoro. E’ fondamentale mantenere l’equilibrio di 30 persone che collaborano e si coordinano costantemente facendo i conti con la pressione di una tabella di marcia serrata. La seconda curiosità è invece relativa alla realizzazione del video; infatti, per soddisfare le esigenze del cliente DiaSorin, abbiamo avuto la necessità di utilizzare la CGI

Colour Empowerment

La psicologia del colore e la sua importanza nella realizzazione di un video   colori sono ovunque: intorno a noi, per le strade, in mezzo alla natura… e non sono affatto esenti dall’avere un potere sulla nostra percezione del mondo. Lo sa bene il marketing che sfrutta ormai da alcuni decenni il potere intrinseco alle diverse tonalità per guidare l’emotività del pubblico, entrando in “dialogo” con il suo cervello, a volte creando dipendenza, a volte suggerendo affidabilità, sicurezza, felicità e molte altre emozioni. A proposito di colori che creano dipendenza, lo sapevi che il blu di Facebook è stato scelto da Mark Zuckerberg a causa del suo daltonismo? Questo è quanto ha dichiarato il papà del social network in un’intervista al New York Times di qualche anno fa: «Il blu è il colore più ricco per me, riesco a vederlo bene, nella sua interezza», a differenza del verde e del rosso. Che si sia trattato di un’esigenza o di una scelta consapevole, è indubbio che sia stata una mossa vincente. Infatti, il blu è il colore preferito dalle persone che si ritrovano a lavorare di fronte ad un computer per molte ore al giorno, perché si tratta di una tinta in grado di calmare, infondendo serenità ed evocando i grandi spazi naturali. Ecco un’idea di come avrebbe potuto essere Facebook se, 15 anni fa, non fosse stato scelto proprio il blu.   Psicologia dei colori Tutto questo per dire che una psicologia dei colori esiste e, anzi, è di fondamentale importanza se si desidera fare breccia nel cuore delle persone e, perché no, di una potenziale clientela. Infatti, numerose rilevazioni sul cervello umano, hanno dimostrato che la preferenza degli individui per un prodotto piuttosto che per un altro è immediata e determinata proprio dai colori usati per le immagini e/o per i video che lo pubblicizzano. Se, per esempio, vediamo il nostro colore preferito all’interno di un video promozionale, la nostra attenzione sarà istantaneamente catturata da esso. Invece, l’attenzione nei riguardi del contenuto vero e proprio del video (il prodotto e/o il brand pubblicizzato), sarà frutto di un’analisi razionale che avrà luogo solo in un secondo momento, determinando poi l’effettivo interesse o bisogno di quella merce o marchio. Non è però irrilevante il fatto che, di fronte ad un video promozionale di questo tipo, il nostro cervello venga colto da emozioni positive poiché saranno proprio queste stesse emozioni a giocare un ruolo chiave nell’indirizzare e determinare la valutazione finale. Sostanzialmente, un utilizzo sapiente dei colori spiana il terreno di lavoro, aiutando drasticamente nel processo di persuasione del pubblico. Vediamo nel dettaglio gli effetti sulla nostra mente di alcuni dei colori più utilizzati nel mondo pubblicitario. Il Rosso è il colore più stimolante e più ricco di significati. È simbolo di passione, sangue, pericolo, forza e potere. Il rosso è in grado di generare urgenza e, non a caso, è un colore eccitante che stimola il sistema nervoso centrale. Ma il rosso è anche un colore riscaldante che può essere usato per “bilanciare”, per esempio, un ambiente troppo freddo, infondendo calore. Alcuni brand noti che hanno scelto il rosso, sono: Lego, Netflix, Coca-Cola, Lays, Canon, CNN, Kellogg’s e KFC. Interessante notare, a tal riguardo, che il rosso viene spesso utilizzato dalle catene di Fast Food perché riesce a fare leva molto efficacemente sull’urgenza del potenziale consumatore di mangiare qualcosa di gustoso.     L’Arancione è una tonalità entusiasta, energica e positiva. Come il rosso, stimola l’energia ma con una carica aggressiva inferiore. È spesso utilizzato per rivolgersi ad un pubblico giovanile e dinamico. Alcuni esempi sono Fanta, EasyJet e SoundCloud. Il Giallo è per eccellenza il colore della gioia, ma anche della creatività, della giovinezza e dell’energia connessa a questi concetti. È sicuramente il colore più capace di attirare l’attenzione, assieme al rosso. Particolarmente efficaci sono infatti gli accostamenti di queste due tonalità, basti pensare a marchi come Shell e McDonald. Per quanto riguarda il solo colore giallo, possiamo trovare ulteriori esempi come Nikon, UPS, Subway, Ikea e Hertz… ed ovviamente Officina38! Il Verde è chiaramente il colore associato alla natura. Questo determina la sua efficacia nei confronti di concetti come “biologico”, “semplice”, “naturale” ecc.; in realtà è anche una tonalità in grado di rilassare e di rimandare a concetti come pace, armonia e benessere. Esempi di brand che hanno scelto il verde sono: Acer, Starbucks e Land Rover.     Il Blu è in assoluto il colore preferito dalla maggioranza delle persone perché è in grado di infondere sicurezza e suscitare affidabilità. Inoltre, anche grazie alle sue molteplici sfumature, il blu viene associato ad elementi naturali positivi come il cielo e l’acqua. Molti social network hanno optato per questo colore (Facebook, Twitter, LinkedIn, Skype), così come molte banche (UBI Banca, Unipol, Banca Popolare, BCC).     Nero e bianco (e grigio), i due cosiddetti non colori, sono in realtà tonalità molto eleganti. Il nero è spesso usato per prodotti luxury, così come il bianco, mentre il grigio, tonalità intermedia tra i due, è un colore notoriamente serio, capace di infondere fiducia e calma, sebbene sia poco gradito alle donne e invece maggiormente apprezzato dagli uomini. A proposito di brand che hanno scelto il nero, alcuni esempi sono Prada, Chanel, Lancôme, Adidas, Nike, Victoria’s Secret, WWF e Zara. Brand che hanno invece optato per il bianco sono, ad esempio, Bauli, Jack Daniel’s e Cartier. Alcuni dei concetti qui raccontati sono stati filtrati culturalmente nel corso dei secoli ed è stato quindi inevitabile riferirci al significato assunto dalle diverse tonalità all’interno della cultura occidentale. Senza dimenticare che anche da persona a persona possono esserci leggere differenze nell’attribuzione di un significato ai diversi colori.   Esempi di video cromaticamente significativi   Ed ora, dopo un po’ di teoria, vogliamo raccontarvi qualche esempio concreto di quanto l’attenzione per i colori sia importante nella realizzazione di video, pubblicitari e non. Il primo esempio è relativo agli spot di ‘Lavazza qualità rossa’. Nel corso degli anni, Lavazza si è distinta per aver fatto scelte cromatiche semplici ed efficaci. Ogni spot

5 domande a Marco Quattrocolo, il nostro editor

 cosa pensiamo quando immaginiamo una produzione video? C’è sicuramente un’idea di partenza, la scelta delle location e quella degli attori, le riprese, il rumore del ciak e… “aaaazione!!!”, che abbiamo sentito dire tantissime volte.     Ma c’è anche una fase molto importante: la postproduzione è la parte di lavoro che segue la fine delle riprese, ma che si ricollega al momento in cui ci siamo immaginati il video per la prima volta. È proprio qui che il girato viene montato e “confezionato”. Attraverso la postproduzione il video prende vita e si avvicina sempre di più all’idea iniziale, fino a rivestirla perfettamente ed essere pronto, finalmente, per andare in onda. Marco è il nostro montatore-filosofo, che vive il tempo ad un ritmo completamente diverso da tutti noi, lo distilla e lo riorganizza attraverso il suo lavoro meticoloso. Ci siamo fermati alla sua scrivania per provare ad entrare nel suo mondo, fatto di millisecondi, di tagli, immagini e suoni inseriti esattamente nel posto giusto, al momento giusto.   Come si diventa un professionista del montaggio, da dove è partito tutto? La passione per il montaggio è scaturita in modo preponderante dal mio modo di essere: sono maturato in ritardo rispetto ai miei coetanei, ho avuto modo di osservare molto prima di poter accedere al tempo reale, come se coltivassi il “dietro le quinte” anche nella mia vita. Questo è stato per me, e per quello che sarebbe diventata la mia professione, un valore aggiunto. A un certo punto, infatti, mi sono guardato intorno e mi sono chiesto: “Come faccio ad utilizzare tutto questo e a farlo fruttare?” Al DAMS di Torino ho incrociato l’opera di Ėjzenštein ed è stato amore a prima vista: ho subito capito che mi sarei dedicato al montaggio. Poi ho seguito diversi corsi professionalizzanti, e fatta gavetta in un’importante serie tv, sono finalmente approdato alle grandi case di produzione creative di Torino. Lì ho capito un’altra cosa: non solo montaggio, ma quello che mi affascinava di più era il montaggio pubblicitario. Perché lo sottolinei? C’è una differenza tra montare un video pubblicitario e un film? Una differenza enorme, certo. Con il racconto pubblicitario è necessario agire in tempi brevissimi: hai 30, 45, 60 secondi per raccontare una storia. In quella manciata di attimi devi saper catturare l’atmosfera, trovare l’emozione giusta e farla arrivare dritta sotto la pelle di chi guarderà il tuo spot. È attraverso il lavoro di postproduzione che tutte le idee, le aspettative e gli obiettivi iniziali convogliano e si fanno video vero e proprio, magari con una serie di criticità che possono presentarsi e alle quali è necessario dare una risposta. Come funziona il tuo lavoro? A riprese ultimate mi arriva uno script con uno shooting board, dove vengono segnalati i ciak più convincenti. Questo mi permette di costruire una sorta di mappa per orientarmi nel lavoro fatto dai colleghi sul set. Organizzare il materiale è fondamentale: devo capire come sono state girate le scene, a quale risoluzione, a che frame rate, quante inquadrature e quanti ciak sono stati girati; se l’audio è registrato a parte devo metterlo in sync con il labiale. Esattamente come farebbe un sarto: imbastisco il mio progetto di montaggio e comincio a selezionare il materiale. I segreti di un buon montaggio sono la scelta delle immagini di partenza e il confronto che riesci ad instaurare con il regista, titolare della creatività visiva dell’opera, la figura ideale con cui scambiare suggestioni e condividere il lavoro. A materiale razionalizzato, con il regista al proprio fianco, si procede alla realizzazione di quello che in gergo viene chiamato il “director’s cut”, che non è nient’altro che il taglio e l’assemblaggio delle scene del film, così com’è stato pensato e realizzato dal regista. È il suo personale punto di vista. Quando siamo soddisfatti del montaggio, si condivide la visione del video con il cliente (che a volte è proprio presente fisicamente, com’è successo per Diasorin), che guarda il video e dà le sue primissime impressioni. Quindi sei anche una specie di mediatore? Diciamo di sì, il mio è un lavoro che cambia molto a seconda dei diversi progetti. Mi capita di montare alcuni pezzi completamente in solitaria, ma anche di passare ore al telefono con i colorist, gli esperti del 3d e di After Effects nei lavori che non trattano direttamente di live action (ad esempio i video per  Zhermack), per essere sicuro di riuscire a tradurre tutte le intenzioni grafiche e visive del brand, rendendo reale l’intenzione che i creativi avevano espresso all’inizio del lavoro. Ad esempio, come traduciamo l’immagine del logo del brand in un’animazione? In postproduzione ogni singolo elemento concorre a cementare i valori e i messaggi che l’azienda vuole trasmettere. Il “bravo montatore” è quello che capisce e tiene insieme tutte le suggestioni che arrivano per interpretarle al meglio, senza andare mai fuori tema. Ci lasci qualche ispirazione? Vi lascio i titoli dei libri che più mi hanno insegnato l’arte del montaggio, partendo da quella bibbia laica che è “Teoria generale del montaggio” di Ėjzenštein, per chi vuole fare un vero e proprio viaggio nel tempo, agli albori di questa tecnica. Poi c’è “Dare forma alle emozioni”, di Roberto Perpignani, che raccoglie le riflessioni, le considerazioni e la didattica “istintiva” di Roberto, un grande maestro del montaggio che ha lavorato anche con Orson Welles. Infine, “Manuale del montaggio”, di Diego Cassani, un vero e proprio percorso trasversale che affronta tutti gli aspetti connessi alla comunicazione audiovisiva in senso ampio.